venerdì 1 agosto 2008

Quel filo eversivo che lega la strage di Bologna al sequestro Moro

La strage per antonomasia, quella con 85 vittime civili in tempo di pace, richiede, questa volta, in coincidenza con i 30 anni dall'uccisione di Aldo Moro, una riflessione più penetrante sulle difficoltà del processo democratico iniziato nel dopoguerra. Dobbiamo chiederci seriamente, tutti, se i due attentati siano stati entrambi parte di una medesima strategia.
La lettura comparata di ciò che è avvenuto in Italia dal 1969 al 1993 consente di cogliere strategie convergenti dietro i più rilevanti delitti mafiosi e politici. Tutti insieme hanno obiettivamente corrisposto alla esigenza, richiesta da equilibri internazionali, di impedire l'espansione del comunismo praticabile attraverso le vie democratiche: la mafia, le BR e i neofascisti indotti ed interessati a sporcarsi direttamente le mani; la segmentazione dei livelli decisionali meccanismo di infiltrazione e strumentalizzazione.
E' pacifico che servizi segreti deviati, statunitensi ed italiani, la loggia massonica riservata P2 ed alcuni gruppi politici e finanziari, riconducibili alla stessa loggia massonica, hanno operato nel corso di questi sessant'anni per frenare il processo democratico, ricorrendo agli strumenti più spregiudicati, e per occultarne poi le responsabilità. Tutte le componenti, resistenziali o meno, che non si erano riconosciute nel patto costituzionale e nel potenziale di espansione della democrazia che esso conteneva, hanno ricercato occasioni di coordinamento per contrastarla e si sono via via strutturati nel corso del tempo sino a creare un monumentale cemento ideologico.

Quando nel 1969 arrivò Nixon alla presidenza statunitense, l'incubo degli Usa non era più la presa del potere violenta da parte del Pci, ma il solo fatto che questo partito potesse solo assumere un ruolo più significativo ed entrare nell'area di governo.

La dottrina politica posta a sostegno di queste iniziative fu esplicitata nel marzo 1970 nel field manual top secret destinato alle forze speciali dell'esercito americano intitolato "Operazioni di stabilità e servizi segreti" firmato dal generale WestMoreland. In esso è contenuta la direttiva di "destabilizzare ai fini di stabilizzare" e la indicazione di come ricorrere ad "operazioni speciali" per impedire l'accesso del partito comunista al governo dei paesi europei. Una copia di tale manuale fu trovata nelle mani della figlia di Gelli insieme al Piano di Rinascita Democratica ed il Memorandum sulla situazione politica italiana. Un ritrovamento poco occasionale che è stato interpretato come un messaggio, come dire "ci sono cause di forza maggiore e protezioni internazionali che hanno legittimato la mia condotta". Sostanzialmente la stessa cosa che sembra ripetere continuamente Cossiga, nella illusione di dare in questo modo una legittimazione alla sua creatura, Gladio, che egli sostiene essere composta da partigiani, dimenticando di precisare che si trattava per la verità di fascisti travestiti, come ci testimonia Vincenzo Vinciguerra, l'autore della strage di Peteano, uno dei pochi che – rifuggendo la qualifica di pentito e qualificatosi "spirito libero" – si è assunto l'iniziativa di fornire un contributo significativo alla ricerca della verità. Giovanni Fanelli, segretario della loggia P2 riferì al pm Sica il 24.5.1981: "Non avevo motivo di dubitare che Gelli intrattenesse rapporti con Andreotti e con Cossiga, ciò so con certezza perché accompagnavo personalmente il Gelli agli appuntamenti".

Nel field manual era scritto: ""i servizi dell'esercito USA dovrebbero cercare di penetrare l'insorgenza mediante agenti in missioni particolare e speciali.…per lanciare azioni violente o non violente , a seconda delle circostanze […]. Nei casi in cui l'infiltrazione da parte di tali agenti nel gruppo guida dell'insorgenza non sia stata efficacemente attuata, si possono ottenere gli effetti summenzionati utilizzando le organizzazioni di estrema sinistra."

All'inizio degli anni '70 il vice capo della stazione della CIA a Roma, Ted Shackley, organizzò presso l'ambasciata USA a Roma un incontro tra Alexander Haig e Licio Gelli. Secondo l'ex agente segreto Searchlight in quella riunione si sarebbe stabilito di destinare finanziamenti a Gladio. Ai primi dell'agosto 1970 l'ambasciata USA a Roma arrivò a ipotizzare una "soluzione non costituzionale" . Nella notte tra il 7 ed 8 dicembre vi fu il tentativo di golpe Borghese, replicato con più vasti coinvolgimenti nell'agosto del 1974.

Edgardo Sogno nel sua libro-intervista (Sogno-Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondatori) ricorda: "Nel luglio del '74 il capo dei servizi americani per l'Italia mi disse che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato qualsiasi iniziativa tendente a tenere lontani o ad allontanare i comunisti dal governo. E aggiunse che se, come sembrava, la situazione italiana avesse preso nei mesi successivi una piega cilena - il suo governo avrebbe approvato l'attuazione del nostro progetto…". Il 4 agosto si fu la strage del treno Italicus, che seguiva di due mesi quella di Piazza della Loggia a Brescia, nel contesto di centinaia di attentati di cui una decina a tratte ferroviarie.

Ma la democrazia americana, oltre alle interferenze di alcuni suoi apparati, ci ha regalato anche la scandalo Watergate che portò alle dimissioni di Nixon l'8.8.1974 e, probabilmente, determinò in Italia il fallimento del più insidioso tentativo eversivo intorno al quale avevano lavorato nella primavera del 1974 Valerio Borghese, Carlo Fumagalli e numerosi generali con l'obiettivo di elevare a capo del governo Rodolfo Pacciardi.

Una ossessione quella degli Usa che rimase nel tempo se nelle sue memorie l'ambasciatore Usa in Italia dal 1977 al 1981 Richard Gardner (Mission Italy, Mondatori, 2004) afferma che il suo governo era ancora preoccupato per l'avanzata elettorale del PCI e che occorreva agire per fermarla.

Il 16 marzo 1978 fu portato ad esecuzione il colpo più spregiudicato e più diretto contro la democrazia: il sequestro del segretario della DC Aldo Moro nel momento in cui si recava in Parlamento per la fiducia al primo governo con l'appoggio diretto del PCI. La desecretazione di molti documenti statunitensi oggi consente di dare molte conferme a questo pezzo di storia italiana, ma molte più ne consentirebbe se non ne fosse stato escluso l'affaire Moro.

Scrisse Mino Pecorelli sul numero del 2 maggio 1978 di OP, in pieno sequestro Moro:

"L'agguato di via Fani porta in segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L'obiettivo primario è senz'altro quello di allontanare il partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del paese. E' un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comunque interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l'ascesa del PCI, cioè del leader dell'eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industrializzato. Ciò non è gradito agli americani…Ancor meno è gradito ai sovietici…ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. E' Yalta che ha deciso via Mario Fani." Gli uomini della Banda della Magliana ci raccontano che fu ucciso per conto di Pippo Calò per mano di Massimo Carminati, sodale di Valerio Fioravanti sin dai tempi dei banchi di scuola, ancorché assolto (per motivi prettamente processuali) dalla Corte di Perugia.

Ricorda l'ex dirigente democristiano Giovanni Galloni che due settimane prima della strage di via Fani Moro gli aveva espresso una preoccupazione: "La cosa di cui sono molto preoccupato è questa : io so che i servizi segreti americani ed israeliani hanno degli infiltrati nelle Brigate Rosse, però questi servizi non hanno mai fatto comunicazione ai nostri servizi e allo Stato, nonostante le loro indicazioni potrebbero essere utili per la ricerca dei covi."

Il gen. Gian Adelio Maletti aveva già dichiarato in una intervista alla rivista Tempo del 20.6.1976:

"Fino a quel momento [1975] i brigatisti non avevano ancora sparato, se non costretti…Questa nuova organizzazione partiva con il proposito esplicito di sparare…addestravano o assoldavano tiratori per sparare alle gambe…arruolavano terroristi da tutte le parti, e i mandanti restavano nell'ombra, ma non direi che si potessero definire di sinistra. Nel complesso era gente diversa, anche per estrazione sociale e culturale, dalle primitive brigate rosse…informammo il Viminale…spettava all'antiterrorismo agire". Ma l'antiterrorismo di Emilio Santillo proprio allora fu sciolto ed il gen. Alberto Dalla Chiesa destinato ad altro incarico.

La strage di Bologna, due anni dopo l'omicidio Moro, realizzò oggettivamente la messa a punto di quel disegno di destabilizzazione.

Poi il potere mafioso, cui spesso si era ricorso, prese coscienza del proprio potenziale di ricatto e dettò le regole dei nuovi rapporti di forza. Il confronto diretto tra mafiosi e potere politico raggiunge l'acme con l'eliminazione di Piersanti Mattarella e Salvo Lima. Ancora un attentato fece saltare i binari della tratta ferroviaria Firenze-Bologna nel luglio 1983 a pochi giorni dal giuramento del primo governo a guida socialista. Poi la strage del rapido 904 del 23.12.1984 e la strage dei Geogofili del 1993 per le quali sono stati condannati in via definitiva rispettivamente i mafiosi Pippo Calò e Totò Riina. Il tutto inframmezzato dagli omicidi di mafia, l'eliminazione di giudici, di funzionari di polizia e giornalisti, affinché fosse chiaro quale dovesse essere il livello di legalità nel paese.

Non è certo una storia propria di un paese democratico questa. I livelli pur fisiologici di criminalità avevano raggiunto una intensità inusitata e, soprattutto, sono stati diretti non tanto a colpire le persone, quanto piuttosto - e come obiettivo prioritario - a condizionare la democrazia. E dal 1994 la violenza politica sembra finalmente bandita, o comunque ridotta in termini molto contenuti, con almeno una apparenza di normalità democratica. Dopo questi traumi sono, però, le modalità di svolgimento della vita politica che sono profondamente cambiate.

La gestione dei 55 giorni del sequestro Moro era stata caratterizzata da rilevanti anomalie: la quasi completa esclusione della magistratura da ogni circuito informativo e di indagine; la concentrazione di ogni iniziativa nei comitati di crisi creati dal Ministro dell'Interno Cossiga che vi aveva inserito persone quasi esclusivamente facenti parte della P2.

La conseguenza fu che, allorché nella lettera riservata a Cossiga, Moro avanzò l'ipotesi di un suo cedimento alle pressioni dei brigatisti e tutti gli addetti ai lavori compresero che queste si riferivano alla organizzazione segreta Gladio, Cossiga fece comprendere ai membri del comitato di crisi che poteva essere inevitabile che il sequestro si concludesse con la morte di Moro. Lo sostiene il principale esperto di tale comitato, Steve Pieczenick, che era stato selezionato da Cossiga tra i collaboratori del Dipartimento di Stato statunitense, il quale in alcune sue prime dichiarazioni aveva persino accusato esplicitamente Cossiga di avere con determinazione perseguito l'obiettivo della morte di Moro (che è cosa diversa dall'essere stato contrario alla trattativa) e di avere veicolato al di fuori del comitato notizie riservate che ne danneggiarono l'azione, riducendo fortemente la possibilità di pervenire alla liberazione di Moro che, a suo giudizio, sarebbe stata possibile senza cedimento dello Stato. Dichiarazioni inquietanti che richiederebbero qualche approfondimento, non una superficiale smentita.

"Sono i fantasmi che ossessionano Francesco Cossiga e tutti quei politici italiani impegnati a chiudere tutti i varchi dai quali qualcosa del passato possa riversarsi nel presente" ha commentato Vincenzo Vinciguerra. Questa ossessione è stata reiterata recentemente in un'intervista al Corriere della Sera dell'8.7.2008 con la fuorviante affermazione secondo cui Gladio era composta da ex partigiani e ricavandone a contrario la presunzione della sua piena legittimazione. E, con un parallelo inquietante, Cossiga si dice convinto che furono i palestinesi a cagionare l'esplosione della stazione di Bologna ("La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della resistenza palestinese").

Si tratta delle valutazioni di una persona, alle cui singolari ed immotivate posizioni è difficile attribuire una qualche importanza, posto che nella intervista a Riccardo Bocca ("Tutta un'altra strage", BUR 2007) egli sostiene di esserci arrivato sulla base di impressioni personali sue e di altri e di aver avuto una conoscenza solo riassuntiva del processo. Per i rapporti che gli si attribuisce di avere intrattenuto con Gelli (condannato per depistaggio), per la posizione assunte in relazione a Gladio, per quella assunta sulla Loggia P2, per i reiterati attacchi ai giudici di Bologna e per le inquietanti dichiarazioni di Steve Pieczenick, Cossiga non ha dimostrato di essere persona in posizione di assoluto distacco per accreditare come obiettive le proprie valutazioni. L'effetto è quello di una ennesima operazione di depistaggio, questa volta della memoria, calata sulla scia di quelle che l'hanno preceduta.

Sogno riferisce nelle sue memorie: "I gladiatori veri avevano il compito di predisporre il tessuto d'appoggio per le operazioni attive" che sarebbero state svolte dalle FF.AA. E fu proprio lui nel 1974 a prendere contatto con le alte gerarchie delle FF.AA. per verificarne la disponibilità rispetto alle iniziative che allora si agitavano in vari ambienti istituzionali. Ha anche riconosciuto di avere collaborato con Roberto Dotti, fuoriuscito dal PCI, che diventerà suo collaboratore al posto di Cavallo e poi, secondo recenti ricerche, assumerà il ruolo di provocatore agendo di concerto con i livelli più elevati delle BR.

Quattro cartelle di Cavallo risalenti a metà degli anni '70 chiariscono la strategia: "Solo le FF.AA. possono affronatare e risolvere la crisi politica, economica morale, e sociale dello Stato….a causa di una classe politica corrotta ed incapace…è venuta a mancare ogni base di legittimità ai massimi esponenti dello Stato e del Governo….Il "colpo" va organizzato con criteri del blitzkrieg; sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura".

In un'intervista pubblicata su Panorama del 16.12.1990 Sogno sostenne che per dissuadere il PCI era necessario creare il complesso cileno: cioè era bene che i comunisti sapessero che ci sarebbe stata una risposta. Già nella primavera del 1972 aveva depositato presso un notaio di Milano un giuramento firmato da venti ufficiali dell'Esercito che si impegnavano tra l'altro a "compiere personalmente e singolarmente l'esecuzione capitale degli esponenti politici di partiti democratici responsabili di collaborazionismo con nemici della democrazia e di tradimento verso le libere istituzioni". Quel che fecero le BR con Aldo Moro. Gli anni tra il '74 ed il '78 avevano segnato proprio il passaggio alla attuazione di quel progetto politico contro il quale Sogno ed il suo partito trasversale si erano tanto battuti.

Sollecitato da una apposita domanda dell'intervistatore, egli non negò neanche il ruolo stabilizzante svolto dal terrorismo, ma finse di ignorare – come tanti altri - il ruolo di collante svolto dalle sue iniziative e da quelle forme di terrorismo, qualificato come "indolore", che egli stesso ammette di avere suscitato e condiviso.

A seguito delle ammissioni di Sogno assumono un aspetto lugubre le dichiarazioni di Silvio Berlusconi apparse su "Il Giornale" del 18.1.2000 in risposta all'appello rivoltogli da Edgardo Sogno: "Noi raccogliamo l' appello di Sogno che ci chiede di scegliere a favore del cambiamento e non della conservazione dell' esistente. La nostra risposta e' che Forza Italia e' nata come forza di cambiamento e che non può che essere forza di riforma radicale della societa' e delle istituzioni". "Edgardo Sogno - prosegue Berlusconi - e' uno degli uomini ingiustamente perseguitato che in Italia merita maggior rispetto e considerazione". E gli riservò i funerali di Stato. Cossiga li aveva già riservati qualche anno prima a Rodolfo Pacciardi.

giovedì 31 luglio 2008

Il mondo di oggi, il futuro: le rivoluzioni e le libertà.

di Claudio Nunziata. Intervengono Edgar Morin, Giorgio Celli e Claudio Nunziata - Sala Gramsci, lunedì 17 Settembre 2007 h 21.00

“Le magnifìche sorti e progressive” della storia sono oramai un mito. Morin ci avverte che non potrà esservi uno sviluppo lineare, che insieme ai fattori positivi si accentuano anche quelli negativi e che attraverso le reciproche interferenze di essi, della evoluzione scientifica e dei disastri ecologici ci potremo trovare di fronte a situazioni totalmente nuove. Il rimedio è attrezzarsi ad affrontare l’imprevisto.
Invita ad affrontare il futuro con l’entusiasmo dell’azione politica e con la forza del senso critico, in modo laico, libero da costruzioni fideistiche e da dogmi partitici al fine di ricercare il senso di una umanità condivisa.
Anche se in conseguenza di un auspicabile progresso economico e tecnologico nel prossimo futuro le risorse non fossero più concentrate in poche mani e in pochi paesi, molti segnali inducono comunque a dubitare che di pari passo si svilupperebbero anche i paradigmi fondamentali della cultura (solidarietà, tolleranza, democrazia, eguaglianza).
E se nel 2047 in un mondo, che sarà di fatto planetarizzato, vi saranno ancora situazioni di arretratezza insopportabile, allora vi saranno anche situazioni di approfittamento probabilmente accompagnate da dittature, guerre e ribellioni violente. Se non avverrà un rinnovamento diffuso a livello dei principi, non si riuscirà a contenere le tensioni sociali, e gli eventi tragici continueranno a far parte della storia dell’uomo. Bisognerà solo sperare che questi si sviluppino nei limiti delle istanze che li hanno generati e che i loro effetti non si espandano a livello globale. Ma ciò sarà possibile solo se i paesi ricchi non tenteranno ancora di sfruttare in modo predatorio e totalizzante le proprie posizioni egemoniche.
L’aumento esponenziale delle migrazioni e la conseguente compresenza sullo stesso territorio di persone con storie e culture diverse sono destinati a generare problemi di comunicazione e di incomprensione reciproca. Nelle società culturalmente evolute vengono messi a punto e probabilmente saranno affinati meccanismi per affrontare le tensioni sociali che ne conseguono, in una prospettiva di regolazione dei rapporti tra gli individui e gli individui e lo Stato volta a dare sempre maggiore rilievo all’azione politica, alla mediazione sociale ed alla cultura del diritto.
Ovviamente questi fattori non potranno svolgere un ruolo risolutivo, ma sono naturalmente destinati ad attutire gli effetti traumatici di tutti gli altri che incidono sul cambiamento. E questa funzione di abbassamento del livello di conflittualità potrà essere tanto più efficace quanto più puntuale sarà l’azione politica, quanto più condivise saranno le regole generali espresse nella legislazione, più partecipati i processi di formazione delle leggi e più praticato l’impegno per la mediazione.
Oggi si regolano con le parole, con la conoscenza, con il pensiero e con la forza della ragione molti conflitti che ieri venivano regolati con lo scontro e la forza fisica e la nozione di rivoluzione perderà sempre di più il suo ancoraggio con la nozione di violenza. I cambiamenti, anche rapidi e traumatici, nei paesi democratici possono avvenire anche solo cambiando il contenuto delle leggi e attraverso queste può essere più efficacemente contenuta la barbarie, la violenza, l’intolleranza, l’arretratezza culturale. E parallelamente le libertà verranno slegate dalla nozione di arbitrarietà individuale per correlarsi con quella di responsabilità.
Ed è in questo quadro che assumeranno una importanza sempre maggiore tutti gli strumenti istituzionali finalizzati alla tutela dei più deboli e dei diritti offesi ed in particolare la Magistratura, sulla quale nelle società avanzate sono inevitabilmente destinate a scaricarsi molte tensioni latenti nella società. E’ questo il motivo per cui la funzionalità del sistema giudiziario è destinata a diventare in misura sempre maggiore un presupposto ineludibile della convivenza civile. E ad essa, piuttosto che allo spauracchio della insicurezza urbana - che costituisce un effetto solo indiretto e superficiale dell’illegalità diffusa - dovrà essere prestata una attenzione maggiore di quanto non avvenga oggi.
E tanto più le leggi saranno adeguate ad intercettare i reali bisogni sociali, tanto più si potranno ridurre le occasioni di conflittualità e porre le basi perché le altre componenti dello sviluppo possano rendere al meglio.
Le leggi stabilite da organismi democraticamente eletti, ed anche da organismi sopranazionali, segneranno la nuova grammatica dei rapporti e dei conflitti sociali, anche se comunque anch’esse saranno esposte alla strumentalizzazione per fini di sopraffazione ed acquisizione di posizioni di potere. E a maggior ragione se i presupposti di fatto della realtà, che determinano la formazione di nuove leggi, tendono a cambiare continuamente e le nuove leggi a non essere più adeguate a regolare i fenomeni che ne costituiscono l’oggetto.
Comunque il metodo di estendere la cittadinanza e di dominare le diversità, oggi tanto numerose e complesse, attraverso regole maturate in un contesto democratico rappresenta l’unica speranza per il nostro futuro prossimo venturo.
Ovviamente questa prospettiva non sarà in grado di assicurare sempre le auspicate condizioni di giustizia e di equità che teoricamente ne costituiscono la ragion d’essere. Non è escluso che continueranno a sopravvivere in certa misura ancora le dinamiche conflittuali tradizionali e quelle nuove determinate da nuove situazioni imprevedibili. La prevaricazione dell’uomo sull’uomo sopravviverà, ma tenderà ad affermarsi attraverso modalità sempre meno correlate alla prepotenza e la violenza fisica e sempre più legate alla strumentalizzazione captatoria delle parole e del pensiero, ed anche attraverso gli strumenti mediatici, della manipolazione e falsificazione delle informazioni.
Anche se la democrazia è l’unico sistema immaginabile di formazione di un ceto politico e di leggi che rispondano all’interesse dei cittadini, vi sono tanti modi attraverso i quali essa si esprime, molti dei quali facilmente esposti a meccanismi di alterazione che consentono ai portatori di interessi molto forti di captare agevolmente il consenso degli elettori ovvero che non consentono a molti elettori di esprimere in forma adeguata la rappresentanza dei propri interessi. Si pensi ad esempio al divario che esiste oggi tra coloro che su un territorio esercitano di fatto il diritto al voto e coloro che per effetto di una mobilità così diffusa non hanno accesso ad alcuna forma di rappresentanza. Si pensi a tutti i sistemi ove è possibile esprimere il diritto al voto solo ratificando o meno candidature calate dall’alto e senza alcuna possibilità di intervento sulla possibilità di formazione delle stesse. Probabilmente siamo ancora alla preistoria di una epoca che possa essere qualificata veramente democratica. E siano alla preistoria di istituzioni internazionali che possano dirsi ampiamente rappresentative di stati veramente democratici. E, difatti, non sono stati ancora elaborati a livello internazionale degli standard di democraticità efficaci ed adeguati, tali da potere rappresentare un punto di riferimento di tutti gli Stati che ambiscono ad essere riconosciuti come tali.
Queste carenze lasciano spazio alla possibilità di manipolazione del consenso ed alterano il tasso di condivisione delle leggi. I rischi che ne conseguono sono da una parte l’antipolitica e il discredito delle istituzioni, dall’altra il possibile abbandono di questo piano di risoluzione dei conflitti per un ritorno alla violenza. E spesso queste carenze e gli altri ostacoli alla inclusione sociale sono frutto di intolleranze, anche se mascherate, destinate a generare altre intolleranze.
Anche il decadimento della capacità di legiferare e di tenere ancorata la legislazione a principi di portata costituzionale potrebbe riaprire la spirale della violenza. E vi sono rischi di accelerazione di questo decadimento: da una parte la molteplicità e diversità eccessiva dei livelli di competenza che potrebbero far precipitare le comunità di cittadini nell’incubo della confusione, dall’altra il rischio che le leggi rimangano pura affermazione di principio e vengano sistematicamente disattese, che prenda cioè il sopravvento la cultura dell’illegalità. Vi è poi il rischio del gap temporale tra i conflitti e la loro possibile soluzione affidata ai giudici in un mondo che ha bisogno di soluzioni sempre più rapide.
Vi è bisogno, dunque, da una parte di una grande attenzione non solo ai nuovi contenuti delle leggi, ma anche alla loro effettiva attuazione ed all’ampliamento dei relativi effetti sempre più oltre i confini nazionali, dall’altra ad un metodo, quello giudiziario, che con grande difficoltà tende ad imporre la sua autonomia nei confronti della politica e delle posizioni di potere.
Ma occorre soprattutto una "svolta etica" intesa come ricerca di un consenso condiviso verso un corpo di valori già radicati nelle coscienze, non certo imposto. Il problema non è solo mondiale, cioè rivolto alla coesistenza pacifica delle nazioni, ma anche nazionale, perché all’interno dei singoli paesi si vanno oramai stratificando realtà, vite, mondi diversi, che coesistono sullo stesso territorio in modo indipendente l’uno dall’altro, alcuni dei quali spesso abbandonati all’emarginazione ed allo sbando al di fuori di ogni regolamentazione. Occorre sviluppare la comunicazione, la conoscenza reciproca e la mediazione, ricercare dei valori comuni tra questi mondi che siano all’interno dei parametri costituzionali fondamentali. Se non si persegue questa prospettiva, si apriranno infiniti scenari di violenza e barbarie.
Per realizzare questa svolta etica la politica dovrà riformare le sue regole, rinnovare i meccanismi di formazione della sua classe dirigente ed essere capace di controllare le dinamiche sociali ed economiche sottraendole ad ogni forma di soggezione. Occorrerà inoltre che diventi sempre più capace di adeguare le regole e la legislazione allo stesso ritmo di cambiamento della realtà, addirittura anticipandola per dare ad essa un indirizzo. Ed accetti poi la soggezione alle stesse regole, quando vengano applicate per il tramite del potere giudiziario.
E quando la legislazione avrà cristallizzato nuovi valori in norme giuridiche, mutuando principi sedimentati nelle coscienze sociali ed acquisiti sul piano politico, occorrerà assicurare la concreta attuazione di questa nuova legislazione, che potrà assumere anche un rilievo rivoluzionario se comporterà nella sua concreta applicazione il superamento delle resistenze degli interessi particolari sottoposti alla soggezione della norma. E, difatti, il problema è che le resistenze degli interessi che in passato si affermavano attraverso gli strumenti delle dittature, delle violenze e delle guerre, oggi, ed a maggior ragione nel futuro prossimo venturo, si manifesteranno attraverso i nuovi fascismi che tenteranno di strumentalizzare o paralizzare i meccanismi della democrazia e del diritto ricorrendo alla falsificazione, alla illusione, alla delegittimazione, alla manipolazione dei mass media. E giustamente Morin ci avverte che occorre attrezzarsi per non finirne soggiogati. Occorre prefigurare i rischi di questo incerto futuro per poterlo affrontare razionalmente e con spirito volto a soddisfare quelle che Moro definiva “le impellenti esigenze di una società adulta e matura”.
Ma sarà inevitabile che anche se la legislazione riuscirà a sottrarsi all’effetto del liberismo sfrenato e ad imporre regolamentazioni per governare le dinamiche sociali ed economiche, i portatori dei relativi interessi si attrezzeranno per renderle inefficaci. Ne potrà conseguire anche uno scontro tra dinamiche diverse che spetterà prima alla politica e poi al diritto tentare di governare. Di questo conflitto non saranno tanto importati le conseguenze immediate – sulle quali spesso viene concentrata, in particolare da posizioni estremistiche, una attenzione sproporzionata ed irragionevole - quanto piuttosto quelle destinate a radicarsi nel tempo ed a stabilizzarsi sino a diventare patrimonio della coscienza comune. Vi sono già stati momenti in cui parametri cruciali di questo conflitto sono stati definiti con la formazione delle grandi costituzioni moderne.
Sarà inevitabile comunque che la democrazia da sola possa non essere in grado di assicurare il cambiamento, quand’anche fosse una democrazia diffusa e partecipata. Occorrerà qualcosa di più. Utilissimi a tale proposito i suggerimenti che Morin ha posto a base della teoria della conoscenza della complessità (“I sette saperi necessari all'educazione del futuro”): la democrazia deve essere consapevole, deve essere messa in condizione di prefigurare ed affrontare i rischi di errore e di illusione che insidiano costantemente la mente umana, e lo stesso ruolo del cittadino elettore deve essere cautelato dalle falsificazioni e dalle illusioni, che alterano le conoscenze necessarie per esercitare le scelte, in modo che sia ristabilita attraverso gli istituti democratici una corretta relazione di reciproco controllo fra la società e gli individui.
La storia della democrazia italiana fornisce la dimostrazione palese di come, dopo il terrorismo e le stragi politiche, si siano evoluti i meccanismi di condizionamento del cambiamento. L’osservazione di questo processo storico ci mette in condizione di ricercare le contromisure per contenerne gli effetti, per contestualizzarli, per elaborare le strategie che permettano di affrontarne i rischi.
La storia della democrazia italiana, che ha trovato una sintesi nel momento di portata rivoluzionaria della formazione della Carta Costituzionale, è una lunga storia di contrapposizione tra forze divergenti in direzioni completamente opposte, sulle quali i partiti politici tradizionali hanno reiteratamente e con grande difficoltà tentato di imporre la logica della composizione nell’ambito delle istituzioni democratiche. La ribellione alla attuazione dei principi di quella Carta Costituzionale si è manifestata in vari modi dalla strage di Portella delle Ginestre, con le stragi successive, gli omicidi politici ed il terrorismo, che tentarono di imporre prima l’intimidazione e poi il senso di insicurezza ed il bisogno di autorità. Oggi la medesima strategia si attua con effetti similari attraverso le strade insidiose della manipolazione dell’opinione pubblica, della falsificazione, ed anche dell’avvilimento di tutti gli organismi di controllo. E bisognerà lavorare per ripristinarne l’effetto deterrente rispetto al prevalere, già sperimentato, di personalismi a danno degli interessi generali.
La falsificazione si realizza in concreto anche con il riduzionismo e la superficialità, ovvero il tentativo di prospettare la semplificazione della complessità, tipico degli estremismi.
Quali ne siano la modalità, le azioni dirette ad ostacolare l’interpretazione della realtà in determinate condizioni potrebbero celare la stessa carica eversiva che in contesti diversi si esprime attraverso gli atti di terrorismo indiscriminato.
La singolarità della situazione italiana è che la democrazia si consuma tra divaricazioni spesso irriducibili piuttosto che tra scelte, anche radicalmente diverse, tutte costruttivamente orientate verso un medesimo modello di convivenza. L’ampliamento delle libertà può aprire la strada anche ad ogni possibile falsificazione non ed a queste si deve rispondere solo con la valutazione critica, ma anche con il controllo dei poteri occulti e della illegalità organizzata e con la piena funzionalità degli istituti deputati all’accertamento dei fatti ed alla affermazione della legalità.
Ove queste ulteriori cautele non venissero perseguite, si potrebbe determinare la legittimazione della coesistenza, insieme al potere dello Stato, di centri di potere paralleli e potrebbe prevalere la tentazione di lasciare che ciascuno di questi poteri regolamenti in modo autonomo i propri ambiti di influenza. E’ quanto nei fatti già avviene in modo surrettizio, al di fuori di un consenso esplicito e di una legittimazione. Solo una società trasparente può ripristinare un clima di piena fiducia nei confronti dei meccanismi della politica e più in una società si ripristina la fiducia, più questa tende a svilupparsi. La mancanza di fiducia, quand’anche gli istituti democratici rimanessero formalmente inalterati, porta al totalitarismo ed alla necrotizzazione nella società, la degradazione della società in massa, in folla di persone slegate tra loro. E l’illegalità organizzata, le falsificazioni, le illusioni si potrebbero anche proporre come condizioni di sicurezza dopo avere determinato le ragioni dell’insicurezza.
Occorre distruggere, dunque, attraverso i meccanismi istituzionali il potere che l’illegalità ha nella società italiana. Una cosa del genere sarebbe di tale portata innovativa da realizzare di fatto una vera e propria rivoluzione in grado di rivitalizzare radicalmente la possibilità di sviluppo dei diritti e di ripristinare la fiducia nello Stato. E’ questa la rivoluzione prossima ventura che mi auguro si verifichi ancor prima del 2047.

martedì 18 dicembre 2007

Come suscitare entusiasmo intorno al partito democratico

La proposta di un nuovo partito, che rappresenti una sintesi tra radicali e riformisti, nasce dalla constatazione di una diffusa disaffezione verso la politica. Per ovviarvi occorre un vero e profondo processo di rinnovamento e ringiovanimento della classe dirigente dei partiti e mettere in moto meccanismi di partecipazione analoghi a quelli che hanno consentito di realizzare il successo delle primarie. Avverto questa come una pregiudiziale irrinunziabile, come irrinunziabile è uno statuto del nuovo partito che non consenta a nessuno di mettervi sopra una ipoteca solo perché ha avviato le prime iniziative a suo sostegno.
Quanto ai contenuti, si tratta di riprendere quel processo di continua ricerca di un equilibrio tra i valori del riformismo cattolico e quello socialista che già nel 1947 trovarono una felice sintesi nella enunciazione dei principi fondamentali della Costituzione. In questo mezzo secolo di democrazia quei valori sono stati arricchiti ed ampliati ed ora richiedono un rinnovato sforzo di accrescimento di fronte ai problemi epocali della società moderna: da quelli della globalizzazione a quelli della rivoluzione tecnologica, da certe rigidità del liberismo economico alle trasformazioni ambientali che interessano l´intero pianeta, dai problemi dei grandi flussi migratori alla estensione della pratica della guerra come metodo di soluzione dei conflitti.
Credo che l´affermazione di Massimo D´Alema che "il socialismo non basta più", debba essere presa semplicemente per quello che vale, nel senso che oggi si richiede uno sforzo di elaborazione nuova che trascende dagli schemi tradizionali del riformismo. Si tratta di una nuova dimensione dello scenario politico, della quale è necessario prendere realisticamente atto nel tentativo di ricercare soluzioni che rispondono ai principi comuni cui è sempre stata improntata l´azione politica delle componenti che si riconoscono in questo progetto. Altrimenti si rischia di consentire alle forze conservatrici e reazionarie di governare questi processi senza resistenze ed in modo esclusivo. I temi sui quali sperimentare un nuovo e più moderno approccio in quest´ottica sono tanti: lavoro, rapporti stato/mercato, diritti civili, eguaglianza, promozione ed equità sociale, pari opportunità, etica e responsabilità pubblica, funzionalità della Giustizia e della P.A., diritti di cittadinanza, tutela dei consumatori, sicurezza, problemi istituzionali (legge elettorale e emendamenti alla costituzione), etc..
Poiché la realizzazione di questo obiettivo comporta la necessità di ritrovare elementi comuni tra persone che hanno anche tradizioni culturali e convinzioni diverse in alcuni ambiti - e nei confronti di queste differenze occorre mantenere rispetto - esso non può tradursi anche in regola rivolta a condizionare il libero esercizio del voto parlamentare in quelle materie che non siano direttamente rivolte a sostenere unitariamente un programma di governo. Ed occorre di conseguenza definire, nel modo meno approssimativo possibile, il confine di questa autonomia politica e parlamentare, che non deve essere considerata un fattore contingente, ma una eventualità strutturale di un nuovo modo di fare politica in un sistema bipolare. Un nuovo modo di definire lo spazio politico: il partito non più come casa ideologica di appartenenza totalizzante, bensì come luogo della composizione di approcci differenti ai vari problemi, approcci provenienti da un´area più ampia di quella di provenienza, ma che comunque riconosce il carattere unificante dei valori fondamentali della Costituzione e che si rende conto di non potere trovare questa composizione con quella parte del paese che invece in essi non si è mai riconosciuta con convinzione.
Il populismo - ora con Forza Italia e la Lega come negli anni `20 con il fascismo - ha allevato all´egoismo, al rifiuto delle regole e spesso anche all´illegalità, vasti strati della popolazione. E´ oramai un dato endemico nella storia del nostro paese che non ci consente di ricercare in parlamento con questa area uno spazio costruttivo di confronto sul piano delle riforme, se non rinunziando ai principi ai quali vogliamo ispirare la nostra azione politica. Ne deriva come conseguenza inevitabile quella di aspirare a creare una forza politica in grado di riempire uno spazio politico, il più vasto possibile, di respiro completamente nuovo. Nell´attuale sistema bipolare una semplice federazione di partiti, che autonomamente non hanno sinora avviato o prospettato alcuna premessa per un loro completo rinnovamento, non sembra idonea a raggiungere lo stesso obiettivo.
Un presupposto necessario di questo diverso approccio alla politica dovrà essere necessariamente un nuovo metodo (statuto, primarie e quanto altro) che assicuri la scelta ed un ricambio almeno parziale della classe dirigente, con la partecipazione degli iscritti e/o anche dei simpatizzanti ad alcune opzioni fondamentali (ad esempio, selezione delle candidature). Con un metodo che riesca a rappresentare fedelmente, in tutte le diversificazioni esistenti, le espressioni culturali della base, in modo che non si verifichino effetti distorcenti, non solo in occasione della selezione alle cariche monocratiche, ma anche in sede di formazione delle liste di candidati da proporre in vista degli impegni elettorali. Solo a queste condizioni potrà esservi un successo come quello delle primarie, un successo che potrebbe andare ben al di là delle aspettative e innescare un circolo virtuoso in grado di scompaginare le ambizioni di chiunque avesse in mente di controllare questo processo solo per fini di affermazione personale ovvero con la riserva di tradire poi le aspettative partecipative che, sole, possono dargli l´anima.
Potrà rappresentare un valore aggiunto la diversità di opinioni tra i soggetti che vi confluiranno, quelli provenienti dai partiti fondatori tradizionali e gli elementi nuovi che l´arricchiranno. E potrà consentire di includere nell´impegno politico attivo tante persone ed associazioni che, non avendo insegne di appartenenza, sono disponibili ad entrare in politica rimanendo in certo qual modo liberi di dare a ciascun problema la risposta che essi ritengono adeguata alle circostanze ed al momento. Ho la netta sensazione che se ora facessi prevalere la diffidenza e mi schierassi pregiudizialmente contro questo progetto, finirei per dare una mano all´immobilismo.
Se si intende con convinzione perseguire questa strada, come si afferma da più parti, occorre però che siano chiariti alcuni equivoci ed eliminate alcune ambiguità. Tra queste la posizione veltroniana che ipotizza una figura di un capo di governo scelto direttamente dagli elettori, che dovrebbe essere considerata impraticabile dopo l´esito del referendum costituzionale; e, nella mozione unitaria dei D.L., la limitazione delle primarie alla scelta delle sole cariche monocratiche senza prevedere come indispensabile anche un percorso democratico per la selezione delle candidature in occasione delle varie competizioni elettorali; i rapporti con il Partito Socialista Europeo lasciati ancora nel vago; l´impianto federativo del nuovo partito che sembrerebbe ispirato a porre dei limiti ad una effettiva democrazia interna del nuovo soggetto politico. Queste perplessità dovranno essere sciolte al più presto se si vuole con convinzione tradurre il progetto del Partito Democratico in un vero e proprio processo di crescita politica partecipata e far scattare la molla dell´entusiasmo intorno ad esso.

Coloro che sono interessati a questa prospettiva possono aderire al documento pubblicato sul sito www.centopassi.info

Il Partito Democratico potrà essere per questa città ciò che fu il PCI di una volta ?

Il “partito” a Bologna era il PCI. Poi vennero il PDS e i DS, ma il “partito” restò sempre un pò la madre ed il padre di ogni iniziativa, una risorsa necessaria ed ineludibile in un paese assediato da un anticomunismo viscerale, che poi è andato progressivamente in sordina sotto la pressione della sensibilità sociale che cresceva nel paese. Così il partito in anni difficili svolse una sana funzione di lievitazione delle energie critiche della società e le sezioni del partito furono centri di aggregazione che educarono, insieme, al senso civico ed al fare politica. Poi la società si è trasformata e la funzione stessa dell’istituzione partito è cambiata. Dall’impegno alla sua crescita ed al proselitismo si è passati alla delega al partito della soluzione di ogni problema, anche di quelli che le comunità avrebbero potuto meglio risolvere su piani diversi ed in piena autonomia. Questa delega, a volte eccessiva, ha affievolito l’impegno di tanti ed è stata l’occasione per una presa di distanza ed il ritirarsi nel privato per tanti altri che mal sopportavano l’eccesso di egemonia. A Bologna il fenomeno si è manifestato in modo più massiccio perché il partito rappresentava oggettivamente gran parte dell’elettorato. Così la città ha avuto da una parte un partito forte, talvolta troppo invasivo per effetto anche della debolezza di altre istituzioni cittadine, e dall'altra una società debole, che sbandiera continuamente una pretesa di partecipazione che si riduce in un assemblearismo protestatario ed inconcludente.
Riavvicinare i cittadini alla politica, restituir loro il piacere ed i modi giusti per contare è una delle sfide principali del partito democratico, una sfida possibile ad alcune precise condizioni di metodo e di sostanza. Da una parte la possibilità di formazione di un ceto politico sulla base di regole di effettiva democrazia interna, dall’altra la presa di distanza netta e radicale rispetto a partiti che si richiamano ad una visione del mondo non solidale e non rispettosa dei principi della Costituzione.
Ma sulla base di questi presupposti il Partito Democratico potrà essere egualmente ciò che fu per questa città il PCI di una volta ? Per un verso è auspicabile con riguardo alla grande capacità di coinvolgimento dei cittadini nei problemi della comunità che fu propria del PCI, per altro verso dovrà essere necessariamente diverso l’approccio verso un partito nuovo che bandisce ogni pretesa di egemonia di un pensiero dominante e che presuppone necessariamente il rispetto, la comprensione e l’accettazione di alcune diversità culturali.
Lo strumento delle primarie nell’ambito di un contenitore, il PD, che supera retaggi e steccati culturali oramai privi di senso, sembra l’unica strada presente nel panorama italiano per un vero rinnovamento e superare i difetti e le storture che, per scelta o per necessità, l’attuale ceto politico inevitabilmente si è portato dietro. Esso ci offre anche l’occasione storica per far sì che le esigenze di governo del paese e le scelte volte a regolare la convivenza sociale possano coniugarsi con il rispetto per le storie diverse di ciascuno.
La previsione di un livello strategico (il PD) per la composizione dei diversi punti di vista, evitando che questi esplodano in Parlamento, è destinata a restituire maggiore dignità alla politica, intesa come strumento di concertazione delle linee di sviluppo di un paese. Radicalmente diverso per finalità e modalità deve rimanere invece il confronto parlamentare tra le due diverse visioni del bene pubblico e dei rapporti sociali che costituiscono lo spartiacque del sistema bipolare. Con la costituzione del PD le rappresentanze del paese vengono impegnate ad assumersi in modo trasparente e visibile la responsabilità di una opzione politica complessiva in un senso o nell’altro. Senza disconoscere che in questi anni difficili i grandi partiti hanno comunque avuto il merito di avere salvaguardato una cultura condivisa dei principi costituzionali e la credibilità delle istituzioni democratiche, nonostante la corruzione e la illegalità diffusa e la forte pressione disgregatrice degli egoismi, dei localismi, dei poteri sommersi, della mafia e della delinquenza organizzata, in non poche circostanze sfociata anche in una strategia di violenza che il paese ha respinto con fermezza. Ora i partiti storici ci impegnano in una sfida che occorre raccogliere nella consapevolezza che l’impegno politico oggi vada declinato con sempre maggiore convinzione, ma in modo diverso.
Il referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006, e l’interesse che esso ha suscitato, sembra avere aperto la strada per la definizione della vera traccia di discrimine tra le diverse visioni politiche intorno alle quali si è evoluta la coscienza politica degli italiani: da una parte i valori di solidarietà e pluralismo enunziati nei principi fondamentali della Costituzione, dall’altra parte tutti coloro che in essi non hanno mai creduto e che in vario modo nel corso di questi sessant’anni di democrazia hanno sempre operato per svuotarli di operatività.
E’, dunque, ai valori di quella Carta Costituzionale che occorre ritornare, è nell’alveo dei suoi principi che il PD potrà ritrovare materia per i suoi programmi, perché la loro difficile attuazione e la loro elaborazione in chiave moderna richiede energie che lo impegneranno per i prossimi decenni e perché al di fuori di essi continueranno a manifestarsi significative resistenze che sono strutturali nella società italiana.
I contenuti di sostanza potranno approssimarsi nella misura più ampia possibile agli interessi reali del paese solo se gli apparati saranno in grado di ridurre la diffidenza che allontana i cittadini dalla politica, solo se il PD si presenterà in modo appetibile a vasti ceti della società che, pur indisponibili ad una adesione piena ed a rinunziare completamente alla propria identità, siano aperti ad ipotesi di governo più prossime ai propri interessi.
Ma tutto questo sarà possibile solo se le primarie saranno una vera competizione democratica nella quale figure nuove saranno chiamate a misurarsi con le esperienze politiche di coloro che hanno diretto nel recente passato i partiti che si apprestano a fondare il PD.
Ebbene, se una prospettiva di questo genere a livello nazionale può giovarsi di personalità credibili ed accattivanti come Veltroni e Franceschini, che rappresentano una bandiera e sono in grado di coagulare un gradimento molto vasto, a livello locale ha bisogno di rappresentanze politiche più vicine ad un elettorato in parte diverso ed auspicabilmente molto più ampio. Il PD locale non può presentarsi come la replica dell’onnipresente macchina politica del PCI di una volta e dei DS di oggi. Sarebbe una risposta di continuità ed identità con il passato che l’elettorato delle primarie rischierebbe di non comprendere.

No alla Riforma Costituzionale !

REFERENDUM
CONTRO IL PROGETTO DI RIFORMA
DELLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE

che prevede:


I POTERI FORTI PER IL PREMIER

Il Primo Ministro è eletto con voto diretto degli elettori, é indissolubilmente legato alla sua maggioranza, non può accettare nessun altro voto determinate, ma può condizionarla con l’esercizio del suo potere di scioglimento della Camera.


LO SVUOTAMENTO DEGLI ISTITUTI DI GARANZIA

Il Presidente della Repubblica perde il potere di nomina del Presidente del Consiglio e quello di scioglimento delle Camere, cessa di essere il garante degli equilibri istituzionali.
Sulla Corte Costituzionale vi sarà un consistente aumento di influenza dei partiti con conseguente maggiore possibilità di politicizzazione sulle sue decisioni
Con riguardo alla Magistratura viene circoscritto il principio di autonomia del CSM rispetto al Presidente della Repubblica, cui viene attribuito il potere di nominare il Vice Presidente, che attualmente è elettivo.


LA FRAMMENTAZIONE DEL POTERE DI LEGIFERARE

Le competenze legislative vengono frazionate a seconda della materia tra Camera, Senato Federale e Regioni. Solo per limitate materie sopravvive il sistema della doppia approvazione da parte di Camera e Senato. Il Senato Federale viene eletto in occasione delle elezioni regionali. Sia per la possibilità di formazione di maggioranze diverse sia per la difficoltà di una esatta individuazione delle competenze, spesso definite in modo approssimativo, si verificheranno occasioni di una perenne conflittualità.
E’ prevista la possibilità per il Premier di attivare meccanismi di annullamento delle leggi del Senato e delle Regioni deducendo la necessità di dare attuazione al programma di governo o per motivi di interesse nazionale.
La soluzione dei conflitti istituzionali viene affidata, anziché ad un organo indipendente quale è la Corte Costituzionale, ad apposite commissioni parlamentari, praticamente alla stessa maggioranza che sostiene il Governo.


LA DEVOLUTION

Per effetto della “Devolution” le materie della sanità, dell’istruzione e della polizia locale passeranno alla competenza legislativa esclusiva delle Regioni. Si tratta di un trasferimento di competenze che, specie con riguardo alla sanità, comporterà inestricabili problemi in ordine alla sostenibilità economica delle spese dei relativi servizi.
Nella fruizione dei servizi non vi saranno più diritti eguali per tutti gli i cittadini. Saranno accentuate le disuguaglianze già insopportabili tra Nord e Sud secondo una visione egoistica della crescita sociale e dello sviluppo economico. Le più eclatanti si manifesteranno nel campo della sanità, ove una regione ricca potrebbe permettersi di non gravare i propri cittadini del ticket ed una povera non essere in condizioni di poterlo fare.


I DIRITTI FONDAMENTALI INTACCATI

Intaccando i tre grandi principi di base della Costituzione (equilibrio democratico tra maggioranze e minoranze, equilibrio parlamentare tra poteri e contropoteri, equilibrio nazionale tra unità e pluralismo territoriale) si è costruita una passerella di aggressione che va dalla parte organizzativa (la Parte II) alla parte, apparentemente illesa, dei diritti dei cittadini (la Parte I).


A cura del Comitato per il NO al referendum costituzionale di Bologna – c/o Arci via Saffi Bologna

Lo Spirito di questo Referendum Costituzionale

Cosa sanno gli italiani di questo referendum costituzionale ? Ancora poco.
Forse qualche elettore comincia ad avere anche il sospetto di essere stato indebitamente escluso da problemi che lo riguardano direttamente; e, una volta appresi i contenuti, ad allarmarsi per esserne stato tenuto all’oscuro per tanto tempo.
E poi ad appassionarsi ad essi, dopo avere percepito che in realtà la Costituzione gli attribuisce un potere sovrano incredibile: quello di stabilire, in quanto cittadino ed elettore, se interdire o meno al legislatore il potere di introdurre modifiche così radicali alla Costituzione, se dare regole nuove al legislatore e un nuovo assetto alle istituzioni.

Un potere di livello analogo a quello dei Padri Costituenti.

Questo referendum (cd. confermativo e senza quorum di leggi costituzionali per distinguerlo da quello abrogativo di leggi ordinarie) gli attribuisce un potere più importante di qualsiasi altra esperienza elettorale.
Un potere radicale di incidere sugli assetti fondamentali del Paese, molto maggiore di quello esercitato in occasione dei precedenti referendum confermativi che avevano toccato solo aspetti marginali della Costituzione del 1948.
Questa riforma costituzionale - approvata esclusivamente dal centrodestra – modifica radicalmente tutta la seconda parte della Costituzione che va dall’art.55 all’art. 139, lacera gli equilibri costituzionali a tutto vantaggio di un governo forte, avvilisce i poteri di garanzia, altera il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il diritto cioè ad ottenere medesime prestazioni in materia di sanità ed istruzione.

Ma soprattutto tradisce la funzione della Costituzione di interpretare valori sentiti ed interpretati da tutto il paese come parte della propria coscienza civile.
Non ho dubbi che quando i cittadini avvertiranno la portata della espropriazione di sovranità di cui rischiano di essere oggetto, si recheranno alle urne con un senso di orgoglio che dà senso pieno al carattere democratico delle istituzioni.

Nonostante la pluralità degli appuntamenti elettorali degli ultimi mesi, la affluenza elevatissima - che ha pochi pari in altri paesi - è già essa stessa una prova di immedesimazione dei cittadini alle loro istituzioni e in fondo anche di attaccamento alla cosa pubblica.
Al di là delle esperienze negative in cui talvolta incorrono nei loro rapporti con gli uffici ed i servizi pubblici, statali o locali, i cittadini hanno la sensazione che solo in essi possano trovare il luogo fisico ove le differenze si possono riequilibrare, dove si innerva il senso della comunità locale e nazionale.
E così avvertono la consapevolezza di doverli salvaguardare affinché siano amministrati secondo logiche che non corrispondano a quelle dell’egoismo di natura leghista che lentamente ed insidiosamente si vanno insinuando nella convivenza civile ovvero del profitto, che bene si adatta alle merci, ma sulla base di quei principi di solidarietà e partecipazione democratica, ai quali dovrà necessariamente essere ispirata qualsiasi modifica si intenda portare in futuro alla Costituzione.

Claudio Nunziata
1 giugno 2006

Come rendere trasparenti le posizioni di maggioranza

Dopo la vittoria elettorale ed i primi positivi esiti parlamentari torniamo a prestare attenzione ai rischi che corre la Costituzione, argomento completamente pretermesso dalla campagna elettorale.
Nella riforma costituzionale abbiamo un Primo Ministro che fa di tutto: si fa proclamare direttamente dal popolo, dispone a suo piacimento dei ministri, tiene sotto scacco la maggioranza parlamentare, si appropria del potere di sciogliere il Parlamento, può ottenere che la Camera decida nelle materie attribuite alla competenza del Senato e che il Parlamento annulli le leggi regionali.
Per consentirgli di realizzare agevolmente questi obiettivi la nuova legge elettorale gli fornisce in dote un premio di maggioranza rivolto ad assicurare la governabilità, ma che gli consente anche di fare tante altre cose che con la governabilità non hanno nulla a che fare: tra queste la nomina del Presidente della Repubblica e le modifiche costituzionali.
In realtà le riforme in buona parte cristallizzano una pratica che nel corso della legislatura appena cessata era già diventata operativa con forzature della Costituzione vigente. Prima che si formi una sorta di assuefazione a queste pratiche, occorre ripristinare i corretti equilibri costituzionali e rimettere il catenaccio alla Costituzione, salvo quelle riforme che risulteranno unanimemente condivise da tutte le forze politiche e che interpreteranno i reali sentimenti del paese.
Ma prima di ogni intervento riformatore occorrerà ripristinare il funzionamento degli organi di garanzia per contenere quel tendenziale strapotere dell’esecutivo che in un sistema bipolare (che si basi su una maggioranza assoluta precostituita) può teoricamente affermarsi.
Oramai da molti anni in Italia si cerca di risolvere il problema della frammentazione del sistema politico e della breve durata dei governi ponendo mano a riforme costituzionali ed elettorali. Ma se particolari soglie di maggioranza erano state previste dal Costituente per passaggi parlamentari che richiedevano il consenso anche delle forze politiche di opposizione, l’alterazione del sistema di rappresentanza dell’elettorato attraverso i nuovi sistemi elettorali le ha rese effimere.
E le vicende politiche degli ultimi dodici anni hanno dimostrato che, nonostante le riforme proposte, la contraddizione tra rappresentatività e governabilità resta insanabile, perché ha lasciato irrisolti i rischi di instabilità e la molteplicità delle formazioni politiche che continuano a rappresentare una connotazione del modo tutto italiano di fare politica.

La alterazione del principio di rappresentatività con il governo Berlusconi ha dimostrato di prestarsi anche ad atteggiamenti prevaricatori delle posizioni di maggioranza con effetti distorsivi degli equilibri democratici, perché la Costituzione del 1947, ed anche la recente riforma costituzionale, non prevedono meccanismi di salvaguardia – vale a dire soglie di maggioranza particolarmente qualificate - per assicurare l’indipendenza degli organi di garanzia e la condivisione tra maggioranza e opposizione delle riforme di sistema.

Questa è la frontiera sulla quale il centrosinistra dovrà misurarsi, anche prescindendo dalla posizione di vantaggio di cui attualmente gode, perché la trasparenza fa bene alla democrazia e la disponibilità alla trasparenza farà bene all’Unione. E, nel caso auspicato in cui i NO prevarranno nel referendum costituzionale, la nuova maggioranza dovrà occuparsi di approvare con urgenza - a qualsiasi costo - e, se del caso, anche con i soli propri voti, una riforma dell’art. 138 che elevi la soglia per la modifica della Costituzione dalla maggioranza assoluta ai due terzi, salvaguardandone la effettiva rigidità rispetto a qualsiasi colpo di mano.

Certamente tutto questo non può giustificare la rinunzia al tentativo di ricercare soluzioni efficaci al problema della governabilità, che é un problema reale, ma esso richiede una estrema cautela per garantire in via prioritaria che non vengano intaccati l’equilibrio tra i poteri dello stato ed i valori garantiti dalla Costituzione vigente. Si dovrà pertanto intervenire, ma preservando il bilanciamento di principi e valori, senza che nessuno di essi possa essere annullato a scapito dell’altro.
Deve essere chiaro che in un sistema democratico quanto più si lasciano le mani libere all’esecutivo tanto più devono essere rafforzati i poteri di garanzia. Sotto il governo Berlusconi è avvenuto esattamente il contrario, si è tentata tanto la strada della delegittimazione quanto quella del depotenziamento degli organi di garanzia, che con la riforma costituzionale verrebbero definitivamente neutralizzati.
Anche se il quadro costituzionale rimarrà, come tutti ci auguriamo, salvaguardato, occorrerà egualmente evitare che si ripetano – da parte di chiunque – rischi di alterazioni del quadro costituzionale o modifiche che non siano unanimamente condivise.
Poi occorrerà creare le condizioni affinché tutti gli organi di garanzia siano in grado di esprimere la massima capacità operativa, recuperando anche quella situazione di strutturale debolezza in cui attualmente versano.
E prima ancora, che non sia possibile ad un capo di governo, ma anche a qualsiasi altro potere, di attaccare e di interferire con essi e, soprattutto di condizionare il voto elettorale attraverso un dominio spropositato sui mezzi di comunicazione ovvero attraverso disponibilità economiche che alterano il principio della pari opportunità fra i competitori.
E bisogna neutralizzare le situazioni in cui possono svilupparsi il voto di scambio e la possibilità di acquisire il consenso politico con promesse di danaro e altre utilità. Occorre cioè assicurare gli standard di democrazia avanzata, eliminando una volte per tutte i rischi di autoritarismo e di manipolazione che si sono creati per effetto di una legislazione istituzionale dissennata.

Claudio Nunziata, 30 aprile 2006

Gli Organi di Garanzia nella Riforma Costituzionale

IL RIDIMENSIONAMENTO DEGLI ORGANI DI GARANZIA NELLA RIFORMA COSTITUZIONALE VOTATA DALLA DESTRA

Da lungo tempo, per risolvere il problema della frammentazione del sistema politico e della breve durata dei governi, è stato avviato il percorso delle riforme istituzionali. Talvolta si è perso di vista che fondamentale per una democrazia è la controllabilità dell’esecutivo che viene assicurata assicurare attraverso il potere attribuito agli organi di garanzia. Problema che viene spesso eluso per la sua attitudine a spogliare la governabilità di un attributo che non le è essenziale ma che è molto ambito: la facoltà di avere le mani libere, molto attrattiva per chi esercita il potere.
Lo ha dimostrato la legislatura precedente dove la presenza nel governo dei segretari dei tre maggiori partiti e la alterazione del principio di rappresentatività, determinata dai meccanismi surrettizi del sistema elettorale, si sono prestati ad atteggiamenti prevaricatori delle posizioni di maggioranza con effetti distorsivi sugli equilibri democratici e sull’etica pubblica.
La legislazione ad personam testimonia la subordinazione assunta del Parlamento rispetto all’Esecutivo con il capovolgimento completo della strutturale autonomia che esso avrebbe dovuto conservare.
Il disastro della finanza pubblica dimostra che alla scarsa sensibilità verso la cosa pubblica possono corrispondere scelte arbitrarie e troppo sbilanciate verso gli interessi privati.
Questi gli effetti di forzature costituzionali, indipendenti dalla riforma, già in una condizione di strutturale debolezza degli organi di garanzia (Capo dello Stato, Corte Costituzionale, Magistratura). Dirompenti sarebbero gli effetti in una situazione di radicale alterazione della loro struttura, quale è prevista dalla riforma costituzionale.

Il Capo dello Stato, che aveva già visti reiteratamente respinti dalla precedente maggioranza i suoi inviti al riesame di leggi che presentavano aspetti di incostituzionalità, nel progetto di riforma perde gli unici poteri forti di cui dispone, il potere di nomina del Presidente del Consiglio e quello di scioglimento delle Camere.
Conseguentemente cesserà di essere il supremo garante degli equilibri istituzionali e sarà ridotto a figura solo rappresentativa. Perderà persino la possibilità di nominare un governo di garanzia che assicuri lo svolgimento delle elezioni nelle fasi di crisi della maggioranza di governo.
La facoltà di nominare 5 senatori a vita viene sostituita da quella di nominare un numero di deputati a vita che alla Camera non potrà mai essere superiore a tre. Non vale a rivalutare il suo ruolo la possibilità attribuitagli di nominare i Presidenti delle Autorità Indipendenti.

Viene alterata anche la composizione della Corte Costituzionale aumentando da 5 a 7 i membri nominati dalle camere e riducendo da 5 a 4 sia quelli nominati dal Capo dello Stato che quelli nominati dalla magistratura.
Di conseguenza il divario tra i membri di origine parlamentare e quelli provenienti dalle altre due componenti si riduce da 5 contro 10 a 7 contro 8 con conseguente aumento di influenza delle istanze di natura politica in sede di decisione.
Una Corte Costituzionale troppo politicizzata rischia di perdere quella sua attitudine ad esprimere un sindacato di costituzionalità oggettivo ed indipendente sulle leggi approvate dalla maggioranza parlamentare.
Un sindacato, già in crisi per i limitati poteri di attivazione, verrà con la riforma di fatto paralizzato in conseguenza della nuova competenza attribuitale di risolvere i conflitti di attribuzione dei comuni nei confronti di regione e stato, attualmente riservati alle giurisdizione amministrativa.

L’unica parte del progetto che va ad incidere sulla Magistratura è quella che attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di nominare il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura - oggi riservata allo stesso Consiglio - e quella che costituzionalizza la prassi già in vigore di limitarne la individuazione tra i membri di nomina parlamentare.
Questa novità non ha significato secondario perché tende a trasformare la figura del Vicepresidente in un delegato, un esecutore cioè delle direttive del Presidente, riducendo il carattere simbolico della autonomia del Consiglio Superiore. L’alterazione dei principi costituzionali in materia di giurisdizione era stata già perseguita per la diversa strada della riforma dell’ordinamento giudiziario, approvata con legge ordinaria, e con il sistematico attacco alla sua autorevolezza ed alla sua immagine di imparzialità.

La debolezza degli strumenti di controllo rischia di accentuare il carattere autoritario della nuova figura di Primo Ministro. Dovrà essere dunque chiaro che qualsiasi ipotesi di futura riforma, se vorrà conservare un carattere democratico, non potrà prescindere dal rafforzamento dei poteri di garanzia, a maggior ragione se saranno potenziati i poteri dell’esecutivo.

Claudio Nunziata
28 maggio 2006

Gli effetti della legge Cirielli-Vitali

Il silenzio del Ministro della Giustizia sugli effetti della legge Cirielli-Vitali, una legge dalle immediate conseguenze disastrose per il contrasto alla criminalità.


Il Parlamento si avvia ad approvare una legge dalle immediate conseguenze disastrose per il contrasto alla criminalità. Gli effetti sono quelli di una amnistia destinata ad avere effetti permanenti nel tempo sino a che dureranno le condizioni di scarsa funzionalità del sistema giudiziario. Ma anche in condizioni di normale funzionalità la legge in discussione vanificherà il lavoro giudiziario in quei processi comunque destinati, per effetto di una qualche particolare complessità o di una tardiva conoscenza della notizia del reato, ad una sentenza definitiva lontana nel tempo dalla commissione del reato. E’ una sanzione che non è prevista negli altri sistemi giuridici europei, ove la prescrizione opera solo con riguardo al momento di esercizio dell’azione penale. Per il ritardo ingiustificato del processo è prevista (in Italia dalla legge Pinto) una diversa sanzione, di carattere pecuniario, a ristoro del danno che l’imputato ha patito per la prolungata durata del processo.
Ed il carattere esplicitamente diretto a realizzare una amnistia è evidente dal fatto che, contrariamente ad ogni criterio di razionalità, la legge Vitali (ex-Cirielli) si applica un nuovo metodo di calcolo della prescrizione con riferimento ai processi già in corso, per i quali i giudici nella organizzazione delle tempistiche del proprio lavoro facevano affidamento a tempi diversi.
La logica dell’azzeramento del passato fa parte della cultura di questa destra che si illude di ricominciare sempre da zero oscurando la memoria del passato e la complessità dei problemi. E vi sono poi le contraddizioni: il Ministro della Giustizia da una parte afferma di volere introdurre norme di maggiore severità nei confronti dei recidivi (coloro che sono stati già condannati per avere commesso reati in precedenza) e dall’altra impedisce che la responsabilità di buona parte di essi venga accertata.
Si illude inoltre di creare le premesse per una maggiore funzionalità della macchina giudiziaria ignorando che anche lo smaltimento di una massa così elevata di processi (circa il 50% di quelli pendenti) richiede udienze ad hoc e tanti adempimenti formali da bloccare tutti gli uffici giudiziari per alcuni anni, sufficienti per creare nuovi arretrati. Senza che venga creata alcuna premessa perché la funzionalità del sistema penale venga migliorata e possa funzionare a regime. E senza considerare che non è seriamente sostenibile che abbreviare i termini della prescrizione serva ad abbreviare i tempi del processo. Allo stato – e cioè nel contesto dell’attuale sistema processuale penale - è vero esattamente il contrario: la prescrizione opera oggettivamente come un potente fattore di induzione all’adozione di ogni tipo di espediente al fine di dilatare i tempi processuali e ad utilizzare le impugnazioni per scopi, appunto, di mera dilazione.
La maggioranza parlamentare finge di ignorare le dimensioni macroscopiche degli effetti di questo progetto di legge. Il Ministro della Giustizia rifiuta di fornirne i prevedibile dati dell’impatto, che egli pure possiede o che comunque può agevolmente acquisire. Ormai in tutti gli uffici giudiziari vengono monitorati informaticamente tutti gli eventi processuali ed il Ministro aveva chiesto ed ottenuto i dati necessari per le conseguenti elaborazioni dall’80% delle Corti di Appello. Non potrà certo sostenere di non essere stato in grado di eseguire nemmeno una proiezione prossima alla realtà. Egli è affiancato da consulenti di organizzazione, da lui chiamati al Ministero sulla base di un incarico che peraltro aveva già suscitato l’attenzione della Procura Generale della Corte dei Conti che ha all’uopo aperto una indagine. Destinataria dell’incarico era una società proveniente dall’ambiente dei grandi elettori del Ministro creata appena qualche mese prima e che nessuna particolare esperienza aveva in materia giudiziaria. In numerosi convegni lo stesso Ministro ha presentato come già realizzato da tale società il cd. “cruscotto”, uno strumento di monitoraggio in tempo reale del lavoro giudiziario che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto evidenziare le inettitudini dei singoli magistrati che secondo la sua concezione impediscono il buon funzionamento della macchina giudiziaria. I suoi consulenti, invece, erano ben lontani dal realizzare lo strumento miracoloso e, soprattutto, erano completamente fuori strada non avendo posto previamente l’attenzione sulla esigenza di monitorare le disfunzionalità strutturali e quelle organizzative, che peraltro sarebbero state di più agevole percezione. Con questi consulenti e con la collaborazione dello staff ministeriale di specialisti in discipline statistiche, è difficile pensare che al Ministro non sia stato possibile quantificare l’impatto del progetto di legge Vitali (ex-Cirielli).
Il Consiglio Superiore della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati, le Camere Penali sulla base di dati di esperienza hanno già lanciato l’allarme di un impatto insostenibile per la sua estensione. I dati eseguiti su un campione di processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna forniscono un dato allarmante: le prescrizioni per effetto della riforma passeranno dal 10% al 40% dei processi a carico di imputati a piede libero con una prevedibile ricaduta in tutto il territorio nazionale per la sola fase di appello a favore di circa 140.000 imputati. Difatti i beneficiari delle prescrizioni passano da 2000 a 7000 presso la Corte di Appello di Bologna il cui campione rappresenta circa un ventesimo del dato nazionale . Questo dato è destinato per lo meno a raddoppiare in relazione all’ingente pendenza delle Procure e dei Tribunali. A tutti costoro vanno aggiunti quelli che aspirano a beneficiarne nei prossimi anni. Se si considerano anche le famiglie degli imputati si potrà agevolmente quantificare il numero degli elettori che sono in condizioni di manifestare la propria gratitudine a questa maggioranza parlamentare in prossimità delle elezioni.

Vai all'Allegato 1:

ANALISI DEI POSSIBILI EFFETTI SULLA PRESCRIZIONE
DEL PROGETTO DI LEGGE CIRIELLI-VITALI

( aggiornato alle modifiche apportate al testo in discussione)



Vai all'Allegato 2:

VALUTAZIONE SUI DATI DI IMPATTO
DEL PROGETTO DI LEGGE VITALI (EX CIRIELLI)
FORNITI PARLAMENTO IL 4/10/2005


---------------
Claudio Nunziata magistrato in pensione già Referente Distrettuale per l’Informatica presso la Corte di Appello Emilia-Romagna – ettore Penale














Allegato 2
VALUTAZIONE SUI DATI DI IMPATTO
DEL PROGETTO DI LEGGE VITALI (EX CIRIELLI)
FORNITI AL PARLAMENTO IL 4/10/2005
a cura di Claudio Nunziata

La analisi eseguita dai tecnici del Ministro della Giustizia resa pubblica il 4.10.2005 è dichiaratamente insufficiente, ma è suscettibile di una revisione critica che consente di pervenire a dati maggiormente significativi ed affidabili:
a) La analisi è stata eseguita su un campione molto ridotto senza alcun confronto con gli effetti che sullo stesso campione sarebbero determinati dalla applicazione della legislazione attuale in materia di prescrizione;
b) essa fornisce l’indicazione di un impatto di applicazione del progetto di legge tra i 2742 ed i 741 processi, a seconda della recidiva contestata. Le tabelle 2-3-4 allegate alla analisi chiariscono esplicitamente che il calcolo è stato eseguito calcolando tre ipotesi di recidiva e che non è stato eseguito alcuna analisi nella ipotesi, assolutamente prevalente, di esclusione della recidiva(1). Contraddittoriamente a pag. 7 della analisi ministeriale si afferma che la tabella 2 (impatto=2742) si riferisce ai casi per i quali non è stato eseguito aumento dei termini di prescrizione per recidiva;
c) si tratta di una analisi su un campione di 16.182 processi su 132.182 pendenti presso le Corti di Appello pari al 12,24% del totale, sicché la proiezione di impatto sul totale determina un aumento della previsione di impatto da 2742 a 22.401 e da 741 a 6.053;
d) il campione di 16.182 è stato scelto dal Ministero escludendo il 42% delle pendenze facenti capo a 9 Corti di Appello che non utilizzano il programma informatico ministeriale RE.CA. ed escludendo altresì tutti i processi con più imputati e con più reati;
e) il calcolo è stato operato sui processi e non sui reati pendenti. Posto che il rapporto processo/reati è mediamente di 1 / 2,2, le risultanze calcolate vanno moltiplicate per il coefficiente 2,2(2). In tal modo la proiezione di impatto, in termini di reati, aumenta rispettivamente a 49.282 e 13.316. Per il prosieguo si terrà conto solo del primo dato, essendo il secondo scarsamente realistico;
f) la base della analisi è stata inoltre circoscritta ai soli reati previsti dal codice penale con esclusione di reati previsti da leggi speciali di grande incidenza come lo spaccio di sostanze stupefacenti-ipotesi lievi (11,68%), i reati in materia fiscale (0,26 %), in materia di armi (0,79%), in materia di prostituzione (1,22%) e le bancarotte fraudolente ( 2,86%) per un totale pari a circa il 16,81% dei reati oggetto di processi pendenti per i quali il termine di prescrizione per effetto del disegno di legge si dimezza o si riduce comunque in misura consistente e prossima alla durata presumibile di trattazione. A questi vanno aggiunti gli altri reati previsti dal codice penale non presi in considerazione nella analisi ministeriale, quali la circonvenzione di incapace, i falsi pubblici, i furti in abitazione e con destrezza, le truffe alla CEE, il sequestro di persona, che hanno comunque una incidenza pari a circa il 3,99%. Il totale dei reati rilevanti non presi in considerazione è, dunque, pari al 20,80% dei reati(3), vale a dire pari a 60.486 reati (20,80% dei reati relativi ai processi pendenti presso le Corti di Appello pari a 132.182 x 2,2 = 290.800 reati).
g) Dunque, partendo dai dati ministeriali ed eseguendo la necessaria proiezione il dato di impatto indicato aumenta da 2742 a 109.768 reati unitari (49.282+60.486) che verranno travolti dal progetto di legge, considerando per poco meno della metà di essi come sempre applicata la recidiva reiterata con aumento dei tempi della prescrizione di un quarto. Il dato di 109.768, diviso per il rapporto reati/processi di 2,2 / 1, si traduce in un impatto su 49.894 processi, pari al 37% della pendenza di 132.182 processi
h) Esso si riferisce, comunque, ai soli processi pendenti in appello, ai quali devono essere aggiunti quelli che si prescriveranno nelle Procure, in primo grado ed in Cassazione, e dà la misura delle prescrizioni che si determineranno per effetto del progetto di legge Cirielli Vitali senza confronto con le prescrizioni che si verificherebbero sulla base delle attuali disposizioni dell’art. 157 c.p.
i) La proiezione eseguita sui dati raccolti dal Ministero è da considerare attendibile dal momento che essa fornisce un risultato prossimo a quello risultante dalla analisi, più analitica, eseguita sulla base di un diverso metodo sui processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna, sulla base della quale l’impatto del progetto di legge Cirielli-Vitali sarà del 40%, con un aumento del 300% delle prescrizioni che si determinerebbero sulla base della normativa attualmente in vigore (9,57%) (4).
j) La leggera differenza tra il risultato basato sui dati ministeriali e quello sui dati della Corte di Appello di Bologna è da ascriversi al fatto che nel primo caso è stata calcolata una maggiore incidenza della recidiva. Comunque la prossimità dei due risultati (37% e 40%), cui si è pervenuti seguendo percorsi diversi, rappresenta una conferma di notevole portata circa la affidabilità del dato di impatto.
----------
(1) La recidiva nella maggioranza dei casi (poiché la sua contestazione è per legge facoltativa) o non è contestata o risulta già esclusa per effetto della già avvenuta applicazione di attenuanti. Di scarsissima ricorrenza le altre forme di recidiva pluriaggravata che determinano aumenti ulteriori del termine di prescrizione. Va inoltre ricordato che la disposizione del progetto di legge, che esclude in alcuni casi la rilevanza delle attenuanti sulle aggravanti e sulla stessa recidiva (art.6), essendo norma di carattere sostanziale non può avere efficacia per le pendenze attuali per effetto dell’art. 2 c.p. (principio della prevalenza della legge più favorevole) e, quindi, varrà solo per i processi non ancora giudicati in primo grado che arriveranno in appello solo tra tre o quattro anni. Analoga valutazione va fatta con riferimento alle ipotesi di reato per le quali è previsto un aggravamento della pena.
(2) Il rapporto processo/imputati è invece mediamente 1 / 1,3. Tali relazioni sono calcolate sulle pendenze della Corte di Appello di Bologna.
(3) La percentuale di distribuzione del tipo di reati è stata eseguita sulle pendenze della Corte di Appello di Bologna.
(4) Nella analisi sui dati della Corte di Appello di Bologna sono esclusi tutti i processi già prescritti, che presso la Corte di Appello di Bologna sono pari al 32,02%.

Una soluzione per le elezioni primarie

Abstract: “Fermo restando che l’esperienza delle primarie potrà manifestarsi utile anche se articolata in altro modo, si espone di seguito la sintesi di una possibile regolamentazione di primarie che si propone come complementare a meccanismi trasparenti di scelta dei candidati da introdurre all’interno dei partiti (primarie di partito): a) una riserva di candidature (ad esempio 1/3) a disposizione dei partiti da distribuire tra essi in proporzione della relativa consistenza; b) una riserva di candidature (ad esempio 1/6) a disposizione delle associazioni concordemente ammesse da tutti i partiti della coalizione, dei sindacati ed eventualmente anche di finanziatori; c) primarie aperte a terzi non iscritti ai partiti per una quota delle candidature (almeno ½); d) previsione di un rapporto tra le candidature riservate ai partiti e le candidature da attribuire in base ai risultati delle primarie aperte a terzi pari al rapporto di partecipazione dei relativi elettori alle stesse, fatta salva o meno la quota di 1/3 comunque riservata ai partiti…”


..................................................................................
|Perchè le primarie|Le problematiche|Le valutazioni|Il rapporto con i partiti|Il ruolo delle associazioni|La posizione dei cittadini|La Proposta|Il supporto dell'informatica |
....................................................................................



Perchè le primarie

Nell’affrontare il problema delle primarie occorre evitare di lasciarsi suggestionare dal modello americano e tenere nettamente distinta la nozione di “primarie” da quella di uno strumento di partecipazione destinato solo a ratificare scelte già maturate nelle sedi proprie, come la candidatura a premier di Romano Prodi pacificamente accettata dall’elettorato e dai partiti della coalizione di centrosinistra, che si potrà fare ma al diverso fine di consolidare la sua posizione affrancandola da alcuni condizionamenti impropri. Personalmente credo che lo stesso obiettivo potrà essere realizzato in modo più appropriato assicurando una significativa quota di candidature sottratte alle logiche sommerse dei partiti di riferimento.
Le primarie vere e proprie sono un’altra cosa. Sono uno importante strumento di accrescimento della democrazia destinato a contribuire al ricambio della classe dirigente che viene candidata a governare il paese. Un istituto che non deve essere vissuto in funzione antipartito, ma, al contrario, come una occasione per rafforzare la struttura dei partiti stimolandoli a tener conto di una esigenza di condivisione diffusa.
Questo obiettivo potrebbe ovviamente essere realizzato anche attraverso l’ampliamento della base degli iscritti ai vari partiti della coalizione, attraverso l’accrescimento dei meccanismi di democrazia interna e attraverso metodi più trasparenti di scelta dei candidati proposti dai partiti. Ma per vari motivi non sembra che vi siano le premesse per una evoluzione della vita politica in tal senso: per la distanza - e a volte anche la separatezza - che si è creata tra partiti e società e per il ruolo che sono andati assumendo nella società contemporanea varie forme di aggregazione alternative ai partiti, che occorre invece coinvolgere nelle scelte politiche fondamentali. La loro presenza attiva nella società dimostra che non è venuta meno la passione per i problemi della politica, ma solo che sono venute meno le condizioni di fedeltà ideologica – spesso acritica - che una volta consentivano di canalizzarla tutta attraverso la stretta appartenenza ad un partito.
Le primarie si propongono come uno strumento indispensabile per rimettere in moto questo potenziale e governarlo attraverso un percorso garantito che potrebbe consentire, ai partiti che l’accettassero, un riconoscimento più ampio della loro funzione. Peraltro le primarie si prestano anche a contenere le occasioni di competizione, spesso esasperata, tra i vari partiti di uno schieramento e quell’odioso potere di interdizione che in occasione di ogni competizione elettorale viene utilizzato da parte dei partiti marginali per contare più di quanto il loro peso elettorale consenta.
Certamente per suscitare attenzione su questo tema occorre vincere la comprensibile resistenza di chi crede fermamente nella superiore rilevanza del ruolo dei partiti ovvero la preoccupazione di chi teme di creare nuove occasioni di scontro o polemica all’interno dello schieramento di centrosinistra.
Ma, senza disconoscere il ruolo dei partiti, la preoccupazione di una possibile esasperazione della conflittualità in conseguenza della competizione tra le liste e la moltiplicazione degli aspiranti alle varie candidature, tende a nascondere la realtà di una competizione che comunque esiste ed una pluralità di aspirazioni che, comunque ed inevitabilmente, è destinata a rendere vivace il clima politico, che altrimenti sarebbe destinata a manifestarsi soltanto in forme sotterranee e non trasparenti.
Queste tensioni con le primarie avrebbero, invece, possibilità di esplicarsi mediante civili e leali confronti, che potranno essere disciplinati attraverso rigidi meccanismi di contenimento della forme di pubblicità personale e di lista. Peraltro le primarie possono consentire ai partiti di esprimere, sotto la spinta della competizione, candidati di grande prestigio che avrebbero possibilità di affermarsi per la loro coerenza con una determinata linea politica. Ed i confronti tra le varie linee politiche non devono essere nascosti o evitati perché sono un fattore di accrescimento della vitalità di uno schieramento. Coinvolgendo in essi l’elettorato, si rende esplicito che il luogo comune promosso dalla destra che li spaccia come momenti di regressione dalla politica, sono del tutto pretestuosi.
Esista o meno in Italia un problema di crisi dei partiti, è sufficiente riflettere sulla progressiva riduzione della base degli iscritti e sulla contrazione della partecipazione attiva alla vita dei partiti, sul ruolo e la rilevanza che oggi hanno assunto, accanto ai partiti, gli organismi intermedi e sulla esigenza di colmare la distanza tra partiti e cittadini, per rendersi conto che le primarie possono essere uno strumento efficace per riconquistare alla politica – e quindi al confronto - più ampi strati di popolazione, forse l’unico strumento praticabile che presenti caratteri coerenti con gli istituti di una democrazia. E si può certamente affermare, senza possibilità di smentite, che il carattere autoritario o democratico di un partito – ove la base sociale dei propri iscritti non sia abbastanza diffusa nel contesto sociale - sia valutabile proprio in relazione alla sua disponibilità ad accettare il sistema delle primarie.
Nel nostro paese la sovranità popolare oggi si esprime solo manifestando con il voto la preferenza verso l’uno o l’altro schieramento, non è più consentita la scelta tra una pluralità di candidati dello stesso schieramento. Può esser dubbio che tale limitazione soddisfi il dettato della Costituzione: l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è personale ed eguale; l’art. 49 che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, l’art. 51 che tutti possono accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, l’art. 56 che “la Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto”. Oggi vi è una parte del potere di scelta che non è possibile esercitare con il voto elettorale, questa scelta viene esercitata all’interno dei partiti e, spesso, tra i partiti di una coalizione a seguito di estenuanti e spesso non trasparenti trattative: si tratta di quella parte che riguarda il potere di influenza da attribuire all’interno dello schieramento ai vari partiti della coalizione e di quella che riguarda la scelta dei candidati da proporre nei vari collegi.
Certo, il potere di influenza dei cittadini su queste scelte può passare attraverso la partecipazione alla vita dei partiti. Ma, da una parte non esistono regole che assicurino in modo trasparente la democrazia interna dei partiti, sicché si determinano rapporti di forza che attribuiscono questo potere di scelta in modo prevalente a chi all’interno di essi ha una posizione radicata, dall’altra si escludono da questa possibilità di influenza tutti quei cittadini che non posseggono una vocazione ed una preparazione a districarsi nei meandri delle discussioni politiche e delle posizioni politiche. Ma non è costituzionalmente corretto che a questo atteggiamento debba corrispondere una riduzione del proprio potere di concorrere a determinare la politica nazionale.
In certo qual modo deve ammettersi che la politica attiva all’interno dei partiti rimane riservata a persone che hanno una predisposizione ed una capacità di analisi non comuni e che la discussione politica spesso diventa accessibile ai soli iniziati. Tutti gli altri cittadini ne rimangono fuori, sono espropriati di una parte del suffragio diretto, rimangono fuori dalla selezione della classe dirigente del paese e vengono posti in condizione di non poter manifestare consenso o sfiducia per il comportamento tenuto nel corso della legislatura dall’uno o dall’altro candidato.
Quale che ne sia la ragione vi è una parte consistente di cittadini che rimangono esclusi da tutte le scelte propedeutiche alla competizione elettorale che sono strettamente interconnesse con la possibilità di espressione del voto. Con la trasformazione del sistema proporzionale in maggioritario questa esclusione si è accentuata in quanto non è dato all’elettore neanche la sensazione di potere optare all’interno di una lista precostituita per un candidato piuttosto che per un altro. Questa situazione è destinata ad influire sul ricambio e la rigenerazione della classe politica e ad accentuare la sensazione di separatezza tra partiti e società, tra cittadini e politica, ad inaridire il flusso di ricchezza di idee che può apportare ad uno schieramento il contributo dei cittadini che hanno esperienze professionali e di lavoro diverse.
Che il sistema maggioritario sia stato introdotto in Italia senza gli istituti accessori che esso necessariamente comporta, è un fatto oramai assodato. Uno di questi è il meccanismo per la scelta dei candidati, che deve essere restituito alla scelta da parte degli elettori che era comunque soddisfatta dal sistema proporzionale. In mancanza si attribuisce alle burocrazie di partito un potere sproporzionato, accentuato dalla mancanza di adeguati meccanismi di controllo democratico all’interno dei relativi statuti.
Occorre restituire agli elettori la sensazione concreta di potere con il proprio voto formulare un giudizio politico sul modo con cui gli eletti hanno gestito il proprio mandato. E’ necessario porre fine al sistema di cooptazioni incomprensibili da parte dei partiti o per lo meno evitare scelte non condivise dei soggetti che andranno a ricoprire ruoli istituzionali. Ed anche se le primarie finissero per ratificare le scelte del partiti, il solo fatto della loro esistenza costituirebbe uno stimolo utilissimo verso un miglioramento delle loro scelte con il risvolto ulteriormente positivo di una complessiva maggiore loro credibilità.
Uno schieramento che abbia attenzione a questi problemi si qualifica, uno schieramento che non lo faccia o che cerchi anche solo di glissare su questi problemi si qualifica in senso opposto. Opporsi oggi alle primarie, specie dopo che il tema è stato proposto, assumerebbe un significato ancora peggiore. Si perderebbe peraltro l’occasione di segnare la differenza, di spendere la più favorevole delle occasioni per dimostrare la diversità tra uno schieramento autoritario ed aziendalista rispetto ad uno schieramento che ha la capacità di misurarsi su questo terreno e di indicare anche le scelte migliori per praticare una democrazia più evoluta. L’elettorato è sensibile su questi temi e questo potrebbe rappresentare uno dei primi caratteri di appetibilità di uno schieramento.

Quali problematiche pongono le primarie
Vi sono alcune obiettive difficoltà nella identificazione della tecnica migliore da seguire per svolgere le primarie. Da una parte è necessario rendere compatibile la partecipazione alle primarie indette da uno schieramento con la esigenza di tutela del principio costituzionale di segretezza del voto e per tale motivo la partecipazione alle primarie viene prevista solo come una facoltà dell’elettore. Dall’altra occorre evitare che una limitata partecipazione alle primarie consenta ad una piccola quota di elettori non iscritti ai partiti di imporre scelte che vengono subite dal resto dell’elettorato. Ed infine occorre prevedere meccanismi che riducano al minimo tentativi di inquinamento da parte di schieramenti avversari ovvero operazioni di lobbysmo per imporre determinate candidature.
Sono state formulate alcune proposte di legge (tra cui le proposte Mazzucca e Chiaromonte ed alcune di iniziativa popolare) e sono stati svolte approfondite analisi da parte di studiosi, ma le modalità di svolgimento delle primarie sono rimaste sempre nel vago. Di seguito indico alcune delle possibili opzioni che devono essere risolte con riguardo ai vari profili che si pongono alla analisi:

  1. con riguardo alla fonte :

    • previsione di una specifica norma costituzionale,
    • previsione di una norma di legge integrativa dell’art. 49 della Costituzione,
    • modifica degli statuti dei partiti
    • accordo tra tutti i partiti della coalizione.

  2. con riguardo all’ambito delle primarie:
    • per tutti i tipi di elezioni a sistema maggioritario
    • per le consultazioni politiche nazionali
    • per le elezioni regionali
    • per le elezioni comunali

  3. con riguardo all’oggetto della consultazione:
    • la scelta del candidato premier, del candidato presidente della regione o della provincia o del candidato sindaco
    • la scelta di qualsiasi candidato (deputato, senatore, consigliere regionale o comunale) da indicare come candidato nel collegio,
    • possibilità di scelta plurima dei candidati dei collegi e del premier, presidente o sindaco,
    • possibilità di scelta tra tesi congressuali,
    • possibilità di scelta su temi controversi indicati dai partiti della coalizione,
    • consultazioni periodiche di verifica sull’attuazione del programma.

  4. con riguardo alla indicazione dei candidati:
    • candidati indicati dai partiti,
    • candidati scelti da “saggi” indicati dai partiti,
    • previsione di primarie interne di partito per la scelta delle candidature riservate ai partiti,
    • candidati proposti da un numero x di elettori con o senza deposito cauzionale di una somma di danaro (ad es. : 750 euro) rimborsabile solo in caso di elezione,
    • previsione di una quota di candidature di competenza esclusiva dei partiti,
    • previsione di una quota di candidature di competenza dei sindacati e delle associazioni aventi determinate caratteristiche.

  5. con riguardo al titolo a partecipare a primarie aperte:
    • prevedere un albo degli elettori formato dai nominativi da coloro che vi abbiano fatto richiesta, che abbiano dichiarato cioè preventivamente la propria scelta di schieramento,
    • subordinare la partecipazione alle primarie alla sola iscrizione ad associazioni ammesse alle primarie dai partiti della coalizione, con identificazione degli elettori attraverso la tessera di iscrizione ala associazione ed il numero di iscrizione nelle liste elettorali desunto dal certificato elettorale,
    • nessun limite di partecipazione alle primarie per qualsiasi elettore scritto nelle liste elettorali, senza necessità di previa iscrizione in apposite liste o associazioni,
    • partecipazione o meno alle primarie aperte anche degli iscritti ai partiti della coalizione che abbiano o meno partecipato alle primarie di partito,
    • previsione di un rimborso spese da parte degli elettori (indicato in alcune proposte da 5 a 25 euro per elettore)
    • dimostrazione di avere destinato ad un partito dello schieramento il contributo dell’4 per mille all’atto della dichiarazione dei redditi,
    • nessuna condizione di spesa.

  6. con riguardo alle condizioni di validità delle primarie:
    • validità in ogni caso,
    • validità della consultazione solo nel caso in cui venga raggiunta la partecipazione di una quota predeterminata di elettori che si siano iscritti nelle apposite liste (ad esempio: 10% degli elettori della coalizione di cui almeno il 20% non iscritti a partiti),
    • a quale altro parametro potrebbe essere ancorato il criterio percentuale di validità ?

  7. con riguardo ai requisiti dei candidati:
    • eventuali limitazioni per le persone sottoposte a processo penale ed altre cause di ineleggibilità,
    • previsione di cause di incompatibilità con cariche politiche o particolari ruoli svolti,
    • previsione o meno di pregresse esperienze amministrative o politiche a seconda del tipo di candidatura,
    • possibilità di segnalazione da parte di ciascun elettore al Comitato dei Garanti di controindicazioni alla ammissione delle candidature e previsione della possibilità di esclusione delle candidature ad opera del Comitato.
    • previsione di una scheda informativa predisposta da ciascun candidato con possibilità di eventuali annotazioni da parte del Comitato dei Garanti con diritto di replica dell’interessato,
    • presentazione dei candidati agli elettori solo attraverso manifestazioni, trasmissioni o pubblicazioni cumulative alle quali partecipino almeno 2 candidati (in caso di scelta su base di collegio) e almeno 4 candidati (in caso di scelta su base di lista).

  8. con riguardo alla funzione dei candidati eletti:
    • assunzione diretta della condizione di candidato alla carica che è oggetto della consultazione elettorale,
    • assunzione della funzione di “grandi elettori” per la scelta del candidato premier (predeterminato o meno),
    • possibilità di destinazione dei “grandi elettori” anche per la definizione del programma di governo e/o di scelta sui temi controversi segnalati nel programma della coalizione.
  9. con riguardo al metodo di organizzazione e selezione delle candidature:
    • vi è una ragione per mantenere un criterio di selezione delle candidature su base di collegio analogo a quello delle elezioni o la scelta delle candidature può essere, invece, eseguita anche su base proporzionale secondo criteri indipendenti dalla elezione cui è destinata la candidatura ?
    • le eventuali liste devono fare riferimento ai soli partiti della coalizione o possono essere formate anche liste libere (collegate a movimenti o gruppi) senza alcun riferimento ai partiti tradizionali?
    • nei casi di selezione dei candidati con il metodo delle liste, il collegamento tra il candidato prescelto ed il collegio di assegnazione della candidatura deve essere lasciato alla discrezionalità dei partiti o eseguito in base ad un criterio di prelazione a favore di coloro che abbiano conseguito il maggior numero di voti ?

  10. con riguardo al metodo di svolgimento delle primarie:
    • in un solo turno o, in caso di scelta su base di collegio, in due turni nel caso di mancato raggiungimento della maggioranza assoluta al primo turno,
    • raccolta del voto presso i quartieri o presso le sedi di associazioni accreditate,
    • spedizione del voto per via postale, con o senza previa distribuzione di cartoncini all’uopo predisposti da imbustare ovvero di cartoline postali prestampate richiudibili,
    • possibilità di raccolta e conteggio del voto attraverso sistemi informatici con o senza rilascio automatico all’elettore – ai fini di eventuali riscontri - di una ricevuta stampata (in duplice copia) riproduttiva del voto espresso, di cui una copia rimanga in possesso dell’elettore ed una venga riposta nell’urna.

  11. con riguardo al controllo sulle operazioni di voto:
    • ad opera di un comitato di garanti nominati dai partiti della coalizione, se il sistema viene concordemente accettato e gestito dai partiti,
    • ad opera di un comitato di garanti nominati dai movimenti proponenti le primarie,
    • ad opera di personalità indicate da entrambe le componenti,
    • da parte di strutture pubbliche, se il sistema viene disciplinato con legge.


    Alcune valutazioni su tali opzioni
    Nella ricerca del modo migliore di svolgere le primarie occorre tener conto che se esse fossero limitate alla sola scelta del premier ovvero – come secondo la terminologia usata dal prof. Pasquino – alle sole “cariche monocratiche di rappresentanza e di governo”, costituirebbero uno strumento di ben scarsa efficacia, che non risolverebbe affatto tutti i problemi di astrattezza della politica e di eccessività del concentramento di potere nelle burocrazie dei partiti politici. La limitazione alle sole cariche monocratiche in realtà accentuerebbe la tendenza ad una deriva plebiscitaria che non appartiene alla cultura di uno schieramento di sinistra.
    Inoltre la impossibilità di stabilire a priori l’apporto alla coalizione dei vari partiti in misura proporzionale alle scelte che nel momento delle elezioni esprimerebbe l’elettorato, mette i partiti attualmente nelle condizioni di preventivare la distribuzione delle candidature tra i partiti in modo assolutamente arbitrario o solo in funzione della loro capacità di condizionamento e di pressione, essendo pacifico che il sistema residuale della quota proporzionale previsto nella legge elettorale non soddisfa pienamente questa esigenza.
    In realtà un sistema di primarie esteso alla scelta dei candidati di tutti i collegi potrebbe recuperare nel maggioritario alcuni aspetti del proporzionale. Ove, invece, le primarie venissero impostate riproducendo il metodo della scelta sulla base del collegio uninominale previsto per le elezioni dei parlamentari, si riprodurrebbero alcuni effetti perversi del maggioritario con possibilità di esclusione di rappresentanze significative dei partiti minori.
    Ma non vi è alcuna necessità di un parallelismo di metodo tra la scelta delle candidature e la destinazione delle stesse, anche perché il sistema maggioritario trova una sua ragion d’essere solo per assicurare una garanzia di governabilità, non già di selezione dei candidati, che invece deve doverosamente riprodurre il rapporto delle forze elettorali che compongono una coalizione.
    Peraltro con un sistema di liste regionali (o nazionali) si recupera il senso della rilevanza delle primarie e si riesce a far vivere agli elettori la sensazione di essere soggetti partecipi della vita pubblica con un confronto tra una pluralità di candidati e di linee politiche che realizzi il risultato di misurarne le diversità per attribuire a ciascuna di esse nello svolgimento della competizione elettorale il peso democratico che merita.
    Se si consentisse di esprimere la scelta per la candidatura distintamente in ciascun collegio elettorale, sommando i voti solo nell’ambito del collegio ed attribuendo valore solo alle scelte in tali sedi effettuate a favore del più votato in ciascuna di queste sedi, si riprodurrebbero nella sostanza nelle primarie gli stessi effetti perversi del sistema maggioritario, con la mancata piena valorizzazione a livello regionale (o nazionale) delle proporzioni dei candidati prescelti in misura corrispondente alle proporzioni di espressione nel voto. Teoricamente potrebbe accadere che il partito maggioritario, che fa parte della coalizione, si assicuri un candidato in tutti i collegi e che gli altri partiti della coalizione, presenti in tutti i collegi in misura proporzionalmente inferiore, ancorché consistente, non si assicurino un candidato in nessun collegio (come è avvenuto in Sicilia nel 2001 per le elezioni politiche a favore Forza Italia). E’ dunque necessario a livello regionale (o nazionale) rispettare un criterio proporzionale assicurando una attribuzione di candidature ai vari partiti della coalizione corrispondente alla proporzione dei voti espressi a favore di ciascuno di essi, in modo che la candidatura sia poi collegata a ciascun collegio lasciando facoltà di scelta prioritaria ai candidati che abbiano raccolto in ambito regionale (o nazionale) il maggior numero di voti sino a concorrenza del numero di candidature spettanti a ciascuno partito.
    L’esigenza di evitare candidature avventuristiche renderebbe comunque necessario accompagnare la presentazione di ciascuna candidatura con un certo numero di firme, ma non credo che sia necessario prevedere che sia lo stesso candidato a farsene promotore. Potrebbe essere sufficiente solo che egli non declini espressamente l’offerta della sua candidatura avanzata dagli elettori, in modo da superare la diffusa ritrosia di alcune persone di valore che non assumerebbero mai l’iniziativa in proprio. Peraltro attraverso questo meccanismo il fatto della presentazione di una candidatura alternativa non assumerebbe il carattere della volontà di sfidare l’avversario.
    Ad un Comitato dei Garanti potrebbe essere attribuito un compito di controllo e verifica, oltre che su tutte le attività e le procedure, sull' ammissibilità delle candidature alle primarie e sulle eventuali esclusioni di candidati per comportamenti e fatti di particolare gravità in relazione ai valori ed ai principi ispiratori della coalizione. I candidati dovrebbero inoltre depositare un documento di indirizzo politico - corredato eventualmente da una rosa di nomi a sostegno della candidatura con relative valutazioni - che il Comitato Elettorale dovrebbe occuparsi di diffondere attraverso tutti i possibili mezzi di diffusione, anche telematici. Il Comitato dei Garanti dovrebbe poter avere anche il potere di intervenire - con potere di interdizione e di esclusione - in ordine al rispetto di alcuni principi, da predeterminare preventivamente, soprattutto rivolti a mettere tutti i candidati sullo stesso piano.
    Ovviamente i meccanismi per evitare che una persona possa esprimere la propria scelta più di una volta esistono e si realizzano attraverso il ricorso ad un elementare software da utilizzare in tutte le sedi di voto, in grado di elaborare e confrontare gli estremi di registrazione nelle liste elettorali di tutti i votanti. Gli aventi diritto al voto potrebbero, difatti, essere identificati attraverso la esibizione del certificato elettorale, con annotazione del solo relativo numero progressivo.
    La candidatura deve essere ovviamente libera. Potrà valutarsi se sia effettivamente necessario subordinarla – così come proposto - ad un deposito di 750 euro non rimborsabile per coloro che ricevano meno di una certa percentuale dei voti espressi. Per evitare che la presentazione di più candidati dello stesso orientamento si indeboliscano reciprocamente, si potrebbe pensare anche alla possibilità di espressione di un voto subordinato ed a presentazioni collettive delle candidature.
    La segretezza e personalità delle scelte individuali potrebbe essere assicurata raccogliendo le espressioni del voto in luoghi convenuti, nella disponibilità dei partiti della coalizione con una gestione concordata delle operazioni organizzata sulla base di collaborazioni volontarie. Occorrerà poi verificare in concreto se ed in quale misura alcune istituzioni pubbliche e gli enti territoriali (casomai previe opportune modifiche statutarie) siano tenute ad offrire un supporto a tali operazioni, anche nel caso in cui le primarie venissero svolte solo sulla base di un accordo convenzionale intervenuto tra i partiti di una coalizione.
    Altro problema è se le primarie debbano essere dirette anche alla scelta diretta del premier o se invece non sia meglio attribuire tale scelta in un secondo momento ai candidati risultati vincitori alle primarie, in modo da attutire i rischi di derive plebiscitarie che in altre condizioni si potrebbero manifestare. Personalmente ritengo che si tratti di un problema secondario, la cui soluzione potrebbe anche essere affidata interamente ai tecnici di partito che meglio di qualsiasi elettore potrebbero individuare le migliori occasioni per realizzare un buon risultato elettorale.
    Vi è poi il problema della eventuale estensione delle primarie al programma. Esse potrebbero essere limitate solo alle parti controverse del programma. I partiti della coalizione potrebbero essere invitati a denunciare i temi controversi sui quali ritengano opportuna l’indicazione degli elettori e proporli in sede di primarie. Tali temi potrebbero essere sottoposti agli elettori con delle subordinate riferite alla disponibilità alla ricerca di soluzioni di mediazione o compromissorie. L’aspetto più rilevante e positivo potrebbe essere l’impegno preventivo dei partiti a rispettare nel corso del mandato le scelte che abbiano ottenuto prevalenza in sede di consultazione. Ma, forse, è prematuro un percorso del genere: già un meccanismo di selezione più trasparente delle candidature potrebbe assicurare la formazione di programmi più comprensibili e più rispondenti alle esigenze sentite del paese.


    Le primarie complementari alle scelte dei partiti
    Lo schema di primarie previsto nelle proposte di legge sinora presentate prevede che partecipino come elettori alle primarie i cittadini che ne facciano esplicita richiesta, palesando con la loro preventiva registrazione la adesione allo schieramento, altre proposte prevedono anche il versamento di una quota come contributo alle spese. Le obiezioni sono rispettivamente quelle che la assenza di segretezza e l’onere economico allontanerebbero molti elettori dal parteciparvi e nel rischio di esclusione delle fasce economicamente più deboli e meno motivate.
    Se il problema venisse regolamentato con una legge, varrebbe forse la pena di pensare ad un sistema di certificato elettorale, distribuito per tempo, che contenga un doppio tagliando: uno che abiliti alla partecipazione alle primarie dell’uno o dell’altro schieramento ed uno che consenta la partecipazione al voto elettorale.
    Resta, comunque, il fatto che nelle esperienze di altri paesi e nella recente esperienza delle elezioni regionali calabresi la partecipazione alle primarie è stata sempre molto bassa, in quanto alimentata solo dalle persone più motivate o direttamente interessate, peraltro con il rischio di agevolare manovre lobbystiche, sicché le indicazioni delle primarie potrebbero non riflettere gli orientamenti reali di tutta l’area di simpatizzanti dello schieramento. In caso di bassa affluenza al voto delle primarie un sondaggio, eseguito in base a criteri tecnicamente evoluti, probabilmente renderebbe anche risultati più prossimi alla realtà.
    Un meccanismo di selezione delle candidature caratterizzato da una pluralità di meccanismi di acquisizione delle scelte sembra, invece, più difficilmente condizionabile da manovre esterne e da tentativi di manipolazione.
    Innanzitutto occorrerebbe assicurare una quota di candidature ai partiti e la distribuzione delle stesse in proporzione della rispettiva consistenza, perché la funzione essenziale dei partiti non può essere esclusa e disconosciuta. Ad essi non potrà essere dunque disconosciuta, oltre la funzione propositiva dei candidati (in aggiunta a quelli proposti attraverso canali diversi), la possibilità di imporre direttamente candidati propri.
    Sembra corretto che il numero di candidature da attribuire con il sistema delle primarie debba essere rapportato alla entità della partecipazione alle stesse degli elettori esterni ai partiti, con una garanzia di riserva a favore dei partiti di uno quota minima predeterminata (un terzo sembra essere la misura giusta). Di conseguenza il rapporto di partecipazione minimo per le primarie potrebbe essere determinato ad almeno il doppio degli iscritti ai partiti della coalizione. In caso contrario la possibilità di imporre candidature da parte degli esterni ai partiti dovrebbe essere proporzionalmente ridimensionata.

    Il possibile ruolo delle associazioni
    Un corretto ruolo di gestione delle operazioni delle primarie potrebbe essere svolto dalle associazioni, prevedendo come condizione per partecipare ad esse, in sostituzione della previa iscrizione alle liste degli elettori delle primarie, l’iscrizione ad associazioni accreditate dai partiti della coalizione e che al momento della espressione del voto alle primarie esibiscano la tessera di iscrizione alla associazione e si registrino (per evitare duplicazioni del voto) con l’annotazione del numero di iscrizione nelle liste elettorali rilevato dal certificato elettorale. Ma le associazioni potrebbero anche inviare previamente ai propri iscritti una sorta di certificato di ammissione alle primarie, da utilizzare poi direttamente come scheda per l’espressione del voto ovvero come cartolina da imbustare e spedire o come titolo di abilitazione ad esprimere il voto elettronico.
    Inoltre potrebbe ben rappresentare gli orientamenti radicati nella società la previsione di una riserva di candidature in misura ridotta (la misura giusta potrebbe essere di un sesto) da parte degli organi direttivi delle aggregazioni associative comprese quelle del mondo del lavoro (sindacati, associazioni, fondazioni, onlus, cooperative) ed al limite anche da parte di finanziatori privati palesi che abbiano apportato contributi superiori ad una determinata soglia.
    L’attribuzione di un rilievo nelle scelte alle aggregazioni sociali liberamente formatesi nella società è un fatto di grande rilevanza. Innanzitutto si riconosce l’esistenza di una soggettività che si distingue da quella dei singoli componenti e, poi, si attribuisce a questa soggettività un rilievo di maggiore rilevanza in quanto momento di elaborazione e di valorizzazione di interessi in grado di aggregare. La partecipazione alla vita politica della società civile attraverso le organizzazioni intermedie è una esigenza avvertita nelle moderne democrazie, tant’è che la Costituzione Europea la richiama espressamente come una necessità in alcuni articoli imponendone la consultazione obbligatoria, ad esempio per le iniziative del Comitato Economico e Sociale della U.E.
    La partecipazione della società civile per integrare le carenze del sistema maggioritario si può articolare in una molteplicità di possibili soluzioni alternative. Occorre, quindi, fare delle scelte di fondo sui principi che si ritiene possano esprimere al meglio questa esigenza di partecipazione e, poi, ricercare per ciascuna soluzione le metodiche tecniche più adatte per realizzare la scelta che si intende perseguire.
    Occorre, dunque, riflettere se, per corrispondere a questa esigenza, la società civile debba esprimersi, oltre che direttamente attraverso le sue componenti individuali, anche attraverso le organizzazioni intermedie e se queste abbiano una loro autonoma titolarità a far sentire la loro voce distinta da quella dei singoli cittadini.
    Se da una parte è possibile riconoscere alle associazioni una soggettività qualificata rispetto a quella dei singoli cittadini che può essere diversificata in base a classi dimensionali ed in base alla natura più o meno politicamente rilevante delle associazioni, dall’altra è possibile che le associazioni svolgano semplicemente una funzione di filtro delle istanze della società civile.
    La opzione tra l’una e l’altra soluzione comporta anche una diversificazione del modo attraverso il quale sarà necessario esprimere la scelta del soggetto associativo. Se essa si esprime attraverso la indicazione degli organi direttivi dell’associazione, il peso di questa scelta non potrà essere proporzionalmente commisurato alla dimensione della sua base associativa; se, invece, la scelta viene espressa attraverso il voto diretto degli associati, allora sembra giusto che il voto conservi tutta la valenza numerica espressa dai singoli soci. Ovvero si possono comporre i due sistemi riconoscendo una soggettività autonoma al soggetto associativo ed attribuendo alle associazioni il ruolo di strumento di organizzazione della partecipazione alle primarie.
    Il presupposto è, comunque, che la associazione attraverso i suoi organi direttivi abbia espresso la volontà di partecipazione alle primarie. Al limite la associazione potrebbe anche non esprimere preventivamente l’opzione per uno schieramento o l’altro, ma solo prestarsi ad offrire questo servizio per i suoi associati, i quali potrebbero manifestare la loro preferenza per il candidato di uno o dell’altro schieramento, se entrambi disponibili all’esperienza delle primarie.

    La posizione dei cittadini non iscritti ad associazioni
    Resta il problema di stabilire se sia giusto o meno lasciare fuori da questa possibilità di partecipare alle primarie i cittadini che non siano iscritti ad alcuna associazione ovvero come debba essere gestita una loro partecipazione.
    Personalmente ritengo che sia pressoché impossibile che una persona fisica non sia in grado di far riferimento a nessuna associazione ed in tal caso credo proprio che si tratti di soggetti che non abbiano in concreto alcuna disponibilità a fornire un contributo partecipativo di tale natura. Ma anche se lo avessero, credo che non debba essere loro necessariamente assicurato un diritto a partecipare alle primarie, posto che questa partecipazione in tanto viene assicurata in quanto si ritenga di dovere coinvolgere in scelte particolarmente importanti persone attive nella società coalizzatesi intorno a particolari interessi ritenuti dalla coalizione meritevoli di rappresentanza, persone cui per questo motivo si riconosce il diritto di incidere sulla scelta dei candidati.
    Le persone che non abbiano trovato nelle associazioni esistenti motivi di aggregazione potrebbero comunque trovare occasione per associarsi e fornire in tal modo il proprio contributo. Occorrerebbe però stabilire meccanismi per assicurare i caratteri formali costitutivi della associazione e la coerenza della stessa ai fini perseguiti dalla coalizione.
    Per le persone prive di alcun interesse specifico e senza volontà di aggregarsi, invece, il contributo di partecipazione alla vita democratica è assicurato in misura sufficiente con il diritto di voto presso i seggi elettorali, diritto che loro compete in base alla costituzione.
    I rischi che il voto possa risultare inquinato da meccanismi distorsivi sono ridotti al minimo in relazione alle caratteristiche della associazione che dovrebbe essere stata preventivamente ammessa dai partiti della coalizione, i quali dovrebbero verificare preventivamente la presenza di standard prestabiliti in ordine alle capacità organizzative e al non contrasto delle finalità e dei contenuti sociali concretamente perseguiti con gli obiettivi della coalizione.
    Personalmente non mi convince un sistema esposto ad una partecipazione volontaria ed indiscriminata di elettori, che potrebbe rimanere estremamente limitata ed essere quindi alterata dalla causalità della partecipazione o manipolata da parte di gruppi di pressione ovvero subire gli effetti distorti determinati da un meccanismo di scelta unico. Una pluralità di meccanismi diversi di acquisizione dell’espressione della scelta attutirebbe possibili distorsioni e renderebbe estremamente difficili eventuali tentativi di controllo del voto da parte di gruppi di pressione. Occorre, difatti, tener presente il contesto specifico del nostro paese, la mancanza di esperienze storiche in proposito ed anche la possibilità che si ripropongano, in alcune zone del paese, gli stessi tentativi di controllo del voto che portarono alla modifica della legge elettorale.

    Sintesi di una proposta per le primarie
    Fermo restando che l’esperienza delle primarie potrà manifestarsi utile anche se articolata in altro modo, si espone di seguito la sintesi di una possibile regolamentazione di primarie che si propone come complementare a meccanismi trasparenti di scelta dei candidati da introdurre all’interno dei partiti (primarie di partito):
    - una riserva di candidature (ad esempio 1/3) a disposizione dei partiti da distribuire tra essi in proporzione della relativa consistenza,
    - una riserva di candidature (ad esempio 1/6) a disposizione delle associazioni concordemente ammesse da tutti i partiti della coalizione, dei sindacati ed eventualmente anche di finanziatori,
    - primarie aperte a terzi non iscritti ai partiti per una quota delle candidature (almeno 1/2),
    - previsione di un rapporto tra le candidature riservate ai partiti e le candidature da attribuire in base ai risultati delle primarie aperte a terzi pari al rapporto di partecipazione dei relativi elettori alle stesse, fatta salva o meno la quota di 1/3 comunque riservata ai partiti.,
    - all’interno di ciascun partito, associazione, cooperativa o movimento l’espressione del voto dovrebbe essere espressa secondo le modalità previste dai relativi statuti (opportunamente adeguati),
    - nell’ambito delle varie componenti le primarie dovrebbero essere dirette non già ad esprimere un proprio rappresentante, bensì ad esprimere la preferenza verso l’uno o l’altro candidato della coalizione che sia stato presentato nel territorio sulla base di liste concorrenti, quale che sia la provenienza della relativa proposta,
    - ai candidati eletti potrebbe essere attribuito il compito di fungere anche da grandi elettori per la scelta del premier, che ciascuno dovrebbe avere previamente dichiarato.
    Questo sistema potrebbe essere realizzato anche senza l’approvazione di una apposita legge, previo accordo di tutti i partiti di una coalizione, previa deliberazione degli organi direttivi di tutti i partiti coinvolti nella stessa.
    Si potrebbe, poi, pensare ad una serie di requisiti per i candidati delle primarie, tutti da discutere e valutare adeguatamente, tra i quali:
    - essere già in possesso di predeterminati livelli di pregressa esperienza di funzioni pubbliche, manageriali o in ambito politico,
    - eventuali limitazioni per coloro che abbiano già ricoperto un determinato numero di mandati nello stesso tipo di elezioni,
    - impossibilità ad assumere la qualità di candidato in competizioni elettorali contemporanee con limiti alla possibilità di presentazione in ambiti territoriali diversi (a meno che non si tratti della scelta diretta del premier),
    - condizioni di incompatibilità ad assumere la qualità di candidato per coloro che abbiano intrattenuto negli ultimi 4 anni o intrattengano direttamente o indirettamente affari con organismi pubblici ovvero risultino direttamente o indirettamente concessionari di pubblici servizi ovvero detengano o abbiano potere di disposizione su quote di società commerciali (con scopi di lucro) che si trovino nelle stesse condizioni o siano iscritti ad associazioni i cui obiettivi siano incompatibili con quelli dei partiti della coalizione (ad esempio: appartenenza alla massoneria).

    Il supporto dell'informatica
    Gli strumenti informatici oggi consentono la gestione quasi in tempo reale di consultazioni di un numero sconfinato di persone, ma il mezzo elettronico esclude ancora coloro che non sono alfabetizzati e potrebbe prestarsi ad interventi manipolatori in fase di espressione del voto e di trasmissione dello stesso. Diversamente, invece, esso si presta in modo abbastanza affidabile per la raccolta ed il conteggio delle preferenze allorché esse siano raccolte in uno o più ambienti controllati e sulla base di standards convenuti. Di conseguenza il ricorso ad essa, con un notevole abbattimento dei costi anche in questa forma limitata, potrebbe risultare utile ed economico per lo svolgimento delle primarie.
    Peraltro, una volta svolte le primarie, sarebbe teoricamente anche possibile attribuire, ad ogni elettore che vi abbia partecipato, una firma digitale che lo abiliti a partecipare - in relazioni a limitate problematiche - a consultazioni da eseguire in corso di legislatura per via telematica. Difatti, diversamente dalle primarie, che richiedono un minimo di garanzie di sicurezza, oggi si potrebbero stabilire momenti di consultazione democratica diffusa affidata al mezzo telematico, garantita dalla firma elettronica e diretta ad una platea di elettori che vada ben al di là degli eletti alle cariche rappresentative e che potrebbe coinvolgere anche soggetti non alfabetizzati, solo se si istituissero presso i comuni ed i quartieri delle postazioni di ausilio disponibili, presso le quali non sarebbe necessario assicurare tutti gli strumenti di garanzia della sicurezza previsti per la espressione del voto. Una democrazia partecipativa, quindi, oggi non è più una utopia e potrebbe fornire in tempi rapidi risultati ben più affidabili degli attuali referendum. Ma si tratta di esperienze che devono essere approfondite anche per evitare i rischi propri di quella che è stata indicata come “democrazia istantanea”.
    Ma il ricorso all’informatica può risultare, invece, oggi utile per risolvere alcuni problemi organizzativi delle primarie. La predisposizione di un software unico con liste a discesa, predisposte con i nomi dei candidati e le liste di appartenenza, e strumenti di votazione elettronici potrebbero escludere la possibilità di errori di trascrizione e di calcolo dei voti. La stampa di una strisciata in doppia copia della espressione della scelta espressa (una da consegnare all’elettore ed una da conservare nell’urna del seggio) potrebbe offrire garanzie rispetto a possibili manipolazioni e consentire anche un eventuale successivo controllo manuale in caso di contestazioni.
    La raccolta del voto elettronico potrebbe essere svolta presso le sedi delle associazioni a base associativa più vasta, aperte a chiunque ne abbia titolo, a prescindere dalla appartenenza, previa esibizione del certificato elettorale e della tessera di iscrizione ad una delle associazioni accreditate.
    Ritengo che la predisposizione di un software adeguato sia di agevole realizzazione e, certamente, la società civile, le associazioni ed i partiti della coalizione sono in grado di esprime le competenze tecniche necessarie alla sua realizzazione e per il controllo della sua gestione.

    - rassegna di interventi sulle primarie
    - proposta legge Chiaromonte, Spini ed altri
    - proposta legge Mazzucca