martedì 9 settembre 2008
Il principio di legalità e la fuga continua dalle regole
intervento di Claudio Nunziata
Bologna, 11 settembre 2008
seminario della Cgil “I vincoli del patto costituzionale di fronte alle trasformazioni economiche e sociali. Le responsabilità della Politica e quelle del Sindacato"
La storia non ci regala sempre condizioni di progresso, eppure con il cambiamento dobbiamo misurarci. Dovremmo trovarci nelle condizioni di vedere affermati nuovi diritti ed invece siamo costretti a difendere la Costituzione da continui rischi di svuotamento.
I nuovi cultori del diritto forse inventeranno la categoria delle norme costituzionali “desuete”, categoria speculare a quella delle norme programmatiche creata negli anni ’50 per impedirne l’attuazione. Ma le pratiche di svuotamento sono tante.
Inutile opporsi ai fattori oggettivi di cambiamento che presentano aspetti di rigidità insuperabili, ma dobbiamo opporci allo svuotamento della Costituzione.
A fronte delle complessità dei processi di cambiamento è necessaria una analisi del loro reale significato, spesso difficile da decodificare da parte di un profano, ma anche da parte di quei politici troppo legati agli schemi ideologici sui quali hanno costruito la propria immagine.
Bisogna individuare i caratteri delle rigidità del cambiamento, verificare se rischiano di alterare le condizioni dei lavoratori, verificare se essi non possano essere governati ed in quale misura ed a quali costi possano essere contrastati.
Ed a fronte dei mutamenti sui quali non è possibile intervenire occorre studiare regole per attutirne gli effetti e renderli conformi ai principi costituzionali.
L’equilibrio tra rigidità divergenti può essere difficile, ma con questa esigenza bisogna misurarsi.
I parametri di riferimento di questo equilibrio sono i principi costituzionali che pongono il lavoro come tema fondante della Repubblica (art.1) e come ineludibili le sue garanzie (artt. 4 e 35-40) e la tutela ancora più elevata stabilita dai trattati europei con la affermazione del diritto del lavoratori ad operare anche per il miglioramento delle condizioni di vita.
Il Sindacato, in quanto soggetto collettivo di grandi dimensioni presente in tutti i settori della società, ha sotto questo profilo grandi potenzialità, in quanto è nelle condizioni di attivare sensori in ogni settore e percepire i mutamenti in atto. Può dunque essere in grado di cogliere gli indicatori significativi dei mutamenti strutturali.
E’ stato importante il ruolo che esso ha svolto - quando le condizioni politiche lo hanno consentito - affiancando al sistema della contrattazione quello della concertazione. Forse c’è ancora spazio per un impegno del sindacato, sganciato da fasi politiche contingenti.
Occorre prendere atto che pesano sul sistema paese condizioni di illegalità diffusa e di alterazione del quadro dei rapporti di forza tra i poteri dello Stato che accentuano i caratteri di squilibrio a danno dei lavoratori; occorre prendere atto che attraverso operazioni di falsificazione e mistificazione pesano costantemente sui lavoratori i rischi di una falsa rappresentazione delle complessità e che questi insidiano costantemente le scelte politiche che incidono sulla loro condizione.
Vi è una relazione diretta tra questi aspetti e processo di svuotamento dei principi costituzionali.
La costituzione materiale cambia anche attraverso la introduzione nel sistema di una serie di comportamenti diffusi accettati e praticati: la introduzione di una serie di prassi illegali, le interferenze dell’economia legale con un vasto sistema economico illecito, la evasione fiscale diffusa e tutto il network di protezioni istituzionali che favorisce questi comportamenti.
Il corollario sono una serie di luoghi comuni secondo i quali: il pubblico è inefficienza, gli statali sono fannulloni, privato è bello, l’alleggerimento fiscale porta progresso, i giudici violano sistematicamente la privacy dei cittadini, il dibattito politico è la dimostrazione di inaffidabilità di un partito. Su questi ed altri luoghi comuni si è oramai formata una cd opinione pubblica diffusa con la grancassa continua di giornali e tv che li considerano la base condivisa sulla quale si fonda qualsiasi ragionamento.
Vi sono vari piani per tentare di invertire la tendenza in atto: la pressione politica, la concertazione, il potenziamento di una informazione che contrasti i luoghi comuni. Ma soprattutto la legalità deve tornare ad essere uno dei parametri fondamentali della vita civile, deve entrare nei cromosomi del tessuto sociale. Deve essere posta alla base di una grande rivoluzione culturale.
Ma vi sono nel sistema anche altri meccanismi: la battaglia instancabile contro i poteri sommersi che alterano gli equilibri del sistema democratico, la denunzia costante delle prassi illegali che di fatto svuotano di contenuto le leggi; il ricorso costante alla magistratura ed alla eccezione di illegittimità costituzionale, tutte le volte che se ne verifichi la occasione.
Per contrastare il passaggio dal livello della illegalità diffusa a quello dei poteri sommersi, è necessario rafforzare i poteri legali, far vivere una reale partecipazione dei cittadini alla politica, non lasciare solo allo Stato ed alle iniziative dei singoli il contrasto delle illegalità diffuse.
A tale scopo sono certamente utili e necessarie le manifestazioni contro la criminalità organizzata. Ma forse c’è bisogno di qualcosa di più. C’è bisogno di un sostegno convinto a tutte le iniziative di denunzia di illegalità allorché esse presentino una particolare attitudine ad alimentare comportamenti diffusi che svuotano l’agibilità dei diritti.
Se il parlamento riuscirà a mettere il bavaglio ai PP.MM. spostando sulla polizia giudiziaria tutto l’onere della ricerca delle notizie di reato – con il forte rischio di interferenze governative – occorrerà potenziare l’efficacia delle di denunzie dei singoli cittadini.
I singoli possono non avere la forza economica per sostenerle sino in fondo una battaglia giudiziaria e possono essere esposti a ritorsioni, minacce, trasferimenti e mobbing.
E, difatti, di pari passo con il potere della criminalità organizzata e della corruzione, si è creata nel paese una sorta di cultura mafiosa che travalica di molto i territori sottoposti al controllo della criminalità organizzata. Questa cultura alimenta le intimidazioni e scoraggia le iniziative di contrasto. Avvilisce il potenziale di controllo diffuso che possono porre in atto i cittadini che è il più efficace strumento che può assicurare il mantenimento di elevati standard di legalità.
Occorre, dunque, un sostegno “politico” al contrasto delle manifestazioni di illegalità diffusa. A prescindere dall’impegno dello Stato, delle forze di polizia e delle Procure - che da sole non ce la fanno - occorre che siano create e diventino veramente funzionali delle strutture rivolte alla analisi sistematica di quanto di illegale tende a trasformare il paese ed a svuotare sistematicamente i diritti dei cittadini.
Un programma televisivo come “Report” o iniziative di denunzia di qualche altro giornale, il coraggio di qualche associazione o cittadino, la denunzia del ferroviere Dante De Angelis non possono essere lasciate nell’isolamento. Occorre costantemente un sostegno che dia forza ad esse, e non tanto per il merito delle tesi sostenute, quanto per l’affermazione del diritto alla verificabilità di qualsiasi notizia abbia un risvolto di interesse pubblico.
Più sarà forte questo sostegno, più aumenterà automaticamente il suo effetto deterrente e andrà riducendosi la protervia dell’illegalità.
Occorrerà forse anche elaborare una proposta di legge a garanzia di chi chiede legalità contro le ritorsioni mafiose. Ed anche contro il mobbing cui spesso sono esposti i lavoratori che mostrano spirito critico, pratica oramai diffusa attraverso la quale una classe dirigente, spesso inadeguata, si difende dal controllo che viene eseguito all’interno dei luoghi di lavoro.
In questo paese, oltre che una caduta generale del livello di legalità e correttezza, vi è una crisi profonda della classe dirigente. Vi è una classe dirigente priva di cultura dell’organizzazione, spesso incapace di interpretare i processi del cambiamento, di rendere più funzionali i sistemi complessi.
Certo, chi ha compiti di responsabilità deve essere in grado di assumere decisioni, ma anche di misurarsi con il contributo critico e la richiesta di correttezza e di legalità, che devono tornare ad essere i caratteri ineludibili di una classe dirigente.
Certamente occorre una continua evoluzione nella formazione delle leggi, un continuo aggiornamento delle regole, ma anche un circuito virtuoso di controlli che regoli il sistema impedendo ad uomini e regole di perdere di vista i principi ed il contatto con la realtà.
E il controllo critico dei cittadini e i principi costituzionali devono sempre fungere da pompa di valori per vivificare il senso delle regole.
Da quando si è abbandonato il criterio della indipendenza della dirigenza pubblica dal potere politico e si è aperta la strada allo spool system anche di secondo livello, si è accentuato il decadimento della classe dirigente, che - protetta da un sistema politico che troppo spesso ha proceduto a nomine senza ricorrere al criterio delle competenze - è di fatto svincolata ancor di più da ogni forma di controllo.
La storia della democrazia italiana fornisce la dimostrazione palese di come, dopo il terrorismo e le stragi politiche, si siano evoluti i meccanismi del condizionamento sino al punto da ipotizzare di annullare anche ogni forma di conoscibilità e verificabilità da parte dell’opinione pubblica di tutto ciò che può avere una rilevanza sulla correttezza pubblica.
Queste azioni dirette ad ostacolare l’interpretazione della realtà in determinate condizioni celano talvolta la stessa carica eversiva che in contesti diversi si esprimeva attraverso gli atti di terrorismo indiscriminato.
Oggi la medesima strategia si attua con effetti similari attraverso le strade insidiose della manipolazione dell’opinione pubblica, della falsificazione, ed anche dell’avvilimento di tutti gli organismi di controllo, favoriti dalla concentrazione dei mezzi di informazione in poche mani. Ma anche spostando l’attenzione dei cittadini verso determinate tematiche, con il riduzionismo, con la superficialità, e comunque con il tentativo di prospettare la semplificazione della complessità, che è tipico di chi ha una cultura autoritaria.
Per potere bypassare gli ostacoli creati dalle regole del diritto, si sono diffusi nel nostro paese, come in un sistema feudale, centri di potere alternativi a quelli istituzionali che hanno creato una rete di interrelazioni che agevola le possibilità di condizionamento o di ritorsione.
L'intolleranza verso le regole del sistema democratico ha favorito la formazione di aggregazioni segrete che hanno fatto passare i meccanismi di formazione dei processi decisionali per strade diverse da quelle legali.
Ciò ha consentito da una parte il rafforzamento della economia illegale attraverso il sistema della corruzione dei centri di potere, dall'altra l'emarginazione progressiva e mascherata di coloro che si frapponevano a questo disegno.
E quando queste situazioni continuano a non essere contrastate, si determina la legittimazione della coesistenza, insieme al potere dello Stato, di centri di potere paralleli ed il prevalere della tentazione di lasciare che ciascuno di questi poteri regolamenti in modo autonomo i propri ambiti di influenza.
Così si sono create nuove categorie sociali caratterizzate da ben precisi interessi:
una vasta area prettamente criminale con distinti livelli, dominanti ed esecutivi, tenuti insieme da ben precise caratterizzazioni culturali;
una area di professionisti, commercianti ed imprenditori tenuti insieme dal collante dell’evasione tributaria;
un vasto ceto che vive sulle rendite finanziarie e sulla vocazione di erodere il risparmio dei lavoratori,
un sottoproletariato privo di rappresentanza,
un vasto ceto medio, formato da operai ed impiegati, a rischio di progressivo impoverimento e perdita della propria identità sociale.
Una società così strutturata non può avere futuro e non può aspirare ad alcuna forma di cambiamento verso condizioni di progresso a livello europeo.
E mediante messaggi e slogans suggestivi di varia natura, si forma intorno a questi ceti anche una cultura del consenso sicché coloro che svolgono funzioni di controllo di legalità vengono di fatto posti nelle condizioni di non agire. Se lo fanno, vengono aggrediti da certa stampa e da schiere di parlamentari che se ne servono.
Ed è possibile immaginare la condizione in cui vengono a trovarsi quei pubblici funzionari che non hanno le stesse tutele dei magistrati. Nella migliore delle ipotesi, se mostrano determinazione, si procede nei loro confronti al trasferimento o all’attribuzione di funzioni che non possano creare dei problemi.
Tutto questo genera perdita di fiducia e la mancanza di fiducia porta al totalitarismo e – come icasticlamente ha ricordato Edgard Morin - alla necrotizzazione nella società, alla degradazione della società in massa, in folla di persone slegate tra loro.
Solo una società trasparente, che reagisce, potrà ripristinare un clima di piena fiducia nei confronti dei meccanismi della politica. E più nella società si ripristinerà la fiducia, più questa tenderà a svilupparsi.
Servendosi degli strumenti del diritto è, dunque, indispensabile distruggere, il potere che l’illegalità ha nella società italiana. Una azione del genere ha tale portata innovativa da realizzare di fatto una vera e propria rivoluzione, in grado di rivitalizzare radicalmente la possibilità di sviluppo dei diritti e di ripristinare la fiducia nello Stato.
Credo che il sindacato possa diventare un sindacato dei diritti in senso più ampio, dove la tutela del posto di lavoro e del salario non possano essere considerati disgiunti da tutto ciò che influisce sulle condizioni di vita. E ciò per una ragione molto semplice: perché oggi non solo si tende a svuotare sempre di più la tutela del posto di lavoro, ma anche a realizzare attraverso prassi deboli uno svuotamento anche di quel complesso di diritti di cittadinanza che se singolarmente azionati rimangono deboli, mentre se esercitati collettivamente possono diventare forti.
Il sindacato con la sua organizzazione deve supportare i lavoratori in questa esigenza di interpretazione delle complessità, fornendo strumenti di analisi e di decodificazione di cui il singolo non può disporre. Può avviare un circuito virtuoso per il controllo diffuso di legalità, identificando tutte quelle situazioni che prescindendo dai casi singoli si atteggiano come prassi sistematiche di illegalità produttive di distorsioni sociali.
Nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989, vengono definiti come obiettivi l’allargamento dei diritti sindacali a tutto ciò che attiene al “miglioramento delle condizioni di vita…al dialogo sociale…al progresso….alla riduzione della emarginazione” . Ne consegue che i lavoratori ed il sindacato diventano titolari anche di un diritto ad esercitare un controllo diffuso affinché questi obiettivi si traducano in realtà.
D’altra parte se viene riconosciuto il diritto di sciopero, che rappresenta il diritto a reagire a difesa della propria condizione, il diritto di denunzia può a maggior ragione essere considerato una forma attenuata di reazione dei lavoratori.
L’attenzione dovrà essere quella di incanalare questo controllo diffuso in forme lecite e non dispersive. Preparare i lavoratori ad esercitarlo in forme adeguate, ma soprattutto metabolizzarlo attraverso un processo di razionalizzazione che trasformi i temi personali in temi generali.
Il sistema Italia potrà migliorare solo se sarà stimolato da una capacità critica costante, se si attrezzerà per avere la capacità di resistere alle critiche rivolte a una classe dirigente che si è dimostrata spesso non all’altezza della situazione ed incapace di adeguare le strutture organizzative ai mutamenti del sistema economico, sociale ed alla evoluzione tecnologica.
Ma questo controllo critico diffuso – in una fase di grave avvilimento della capacità di denunzia dei media – potrà essere esercitato in misura adeguata solo se saranno assicurare delle tutele adeguate.
Se non si riuscirà ad includere nel sistema delle apposite norme di tutela, occorrerà comunque predisporre nei meccanismi organizzativi affinché ciò possa avvenire nelle forme più efficaci possibili e spingere sul piano della evoluzione giurisprudenziale e dell’applicazione delle garanzie costituzionali.
Il sindacato ha un enorme vantaggio, ha una ramificazione estremamente diffusa che consente di percepire e cogliere il senso delle disfunzioni anche all’interno delle strutture ove le stesse si verificano. Ed allora occorre che questo potenziale informativo sia utilizzato per stigmatizzare tutte quelle pratiche di approfittamento che avviano processi di illegalità sistematica.
Ci si potrà chiedere se questo fa parte del ruolo del sindacato. Io penso di si e penso anche che sarebbe utile che il sindacato periodicamente intavolasse – e non solo a livello generico in sede nazionale, ma intervenendo sul concreto nelle sedi periferisce - tavoli di confronto al fine di indurre le PP.AA. a funzionare secondo standard di alta qualità quali competono ad un paese moderno.
Senza che alcun settore ne resti escluso. Ad esempio il sistema di legalità ha vitale bisogno di un servizio giustizia che funzioni. Il dibattito sulla giustizia è intossicato dalle esigenze personali del premier. In questo clima il ceto politico non ha la forza di proporre la riduzione dei casi di impugnazione delle sentenze e un radicale adeguamento della dirigenza giudiziaria alla cultura della organizzazione, che sono gli unici rimedi concreti in grado di restituire vitalità al sistema giustizia. Il Sindacato può denunziare a gran voce questa contraddizione, come può richiedere con forza ai partiti democratici che gli strumenti di partecipazione politica diventino realmente effettivi.
Un supporto alla decodificazione di una realtà complessa e una azione di denunzia civile costante possono ridare vitalità ai principi costituzionali e fornire una grande prospettiva di incremento di importanza al ruolo del Sindacato.
Claudio Nunziata
claudio.nunziata@fastwebnet.it
venerdì 1 agosto 2008
Quel filo eversivo che lega la strage di Bologna al sequestro Moro
La lettura comparata di ciò che è avvenuto in Italia dal 1969 al 1993 consente di cogliere strategie convergenti dietro i più rilevanti delitti mafiosi e politici. Tutti insieme hanno obiettivamente corrisposto alla esigenza, richiesta da equilibri internazionali, di impedire l'espansione del comunismo praticabile attraverso le vie democratiche: la mafia, le BR e i neofascisti indotti ed interessati a sporcarsi direttamente le mani; la segmentazione dei livelli decisionali meccanismo di infiltrazione e strumentalizzazione.
E' pacifico che servizi segreti deviati, statunitensi ed italiani, la loggia massonica riservata P2 ed alcuni gruppi politici e finanziari, riconducibili alla stessa loggia massonica, hanno operato nel corso di questi sessant'anni per frenare il processo democratico, ricorrendo agli strumenti più spregiudicati, e per occultarne poi le responsabilità. Tutte le componenti, resistenziali o meno, che non si erano riconosciute nel patto costituzionale e nel potenziale di espansione della democrazia che esso conteneva, hanno ricercato occasioni di coordinamento per contrastarla e si sono via via strutturati nel corso del tempo sino a creare un monumentale cemento ideologico.
Quando nel 1969 arrivò Nixon alla presidenza statunitense, l'incubo degli Usa non era più la presa del potere violenta da parte del Pci, ma il solo fatto che questo partito potesse solo assumere un ruolo più significativo ed entrare nell'area di governo.
La dottrina politica posta a sostegno di queste iniziative fu esplicitata nel marzo 1970 nel field manual top secret destinato alle forze speciali dell'esercito americano intitolato "Operazioni di stabilità e servizi segreti" firmato dal generale WestMoreland. In esso è contenuta la direttiva di "destabilizzare ai fini di stabilizzare" e la indicazione di come ricorrere ad "operazioni speciali" per impedire l'accesso del partito comunista al governo dei paesi europei. Una copia di tale manuale fu trovata nelle mani della figlia di Gelli insieme al Piano di Rinascita Democratica ed il Memorandum sulla situazione politica italiana. Un ritrovamento poco occasionale che è stato interpretato come un messaggio, come dire "ci sono cause di forza maggiore e protezioni internazionali che hanno legittimato la mia condotta". Sostanzialmente la stessa cosa che sembra ripetere continuamente Cossiga, nella illusione di dare in questo modo una legittimazione alla sua creatura, Gladio, che egli sostiene essere composta da partigiani, dimenticando di precisare che si trattava per la verità di fascisti travestiti, come ci testimonia Vincenzo Vinciguerra, l'autore della strage di Peteano, uno dei pochi che – rifuggendo la qualifica di pentito e qualificatosi "spirito libero" – si è assunto l'iniziativa di fornire un contributo significativo alla ricerca della verità. Giovanni Fanelli, segretario della loggia P2 riferì al pm Sica il 24.5.1981: "Non avevo motivo di dubitare che Gelli intrattenesse rapporti con Andreotti e con Cossiga, ciò so con certezza perché accompagnavo personalmente il Gelli agli appuntamenti".
Nel field manual era scritto: ""i servizi dell'esercito USA dovrebbero cercare di penetrare l'insorgenza mediante agenti in missioni particolare e speciali.…per lanciare azioni violente o non violente , a seconda delle circostanze […]. Nei casi in cui l'infiltrazione da parte di tali agenti nel gruppo guida dell'insorgenza non sia stata efficacemente attuata, si possono ottenere gli effetti summenzionati utilizzando le organizzazioni di estrema sinistra."
All'inizio degli anni '70 il vice capo della stazione della CIA a Roma, Ted Shackley, organizzò presso l'ambasciata USA a Roma un incontro tra Alexander Haig e Licio Gelli. Secondo l'ex agente segreto Searchlight in quella riunione si sarebbe stabilito di destinare finanziamenti a Gladio. Ai primi dell'agosto
Edgardo Sogno nel sua libro-intervista (Sogno-Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondatori) ricorda: "Nel luglio del '74 il capo dei servizi americani per l'Italia mi disse che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato qualsiasi iniziativa tendente a tenere lontani o ad allontanare i comunisti dal governo. E aggiunse che se, come sembrava, la situazione italiana avesse preso nei mesi successivi una piega cilena - il suo governo avrebbe approvato l'attuazione del nostro progetto…". Il 4 agosto si fu la strage del treno Italicus, che seguiva di due mesi quella di Piazza della Loggia a Brescia, nel contesto di centinaia di attentati di cui una decina a tratte ferroviarie.
Ma la democrazia americana, oltre alle interferenze di alcuni suoi apparati, ci ha regalato anche la scandalo Watergate che portò alle dimissioni di Nixon l'8.8.1974 e, probabilmente, determinò in Italia il fallimento del più insidioso tentativo eversivo intorno al quale avevano lavorato nella primavera del 1974 Valerio Borghese, Carlo Fumagalli e numerosi generali con l'obiettivo di elevare a capo del governo Rodolfo Pacciardi.
Una ossessione quella degli Usa che rimase nel tempo se nelle sue memorie l'ambasciatore Usa in Italia dal 1977 al 1981 Richard Gardner (Mission Italy, Mondatori, 2004) afferma che il suo governo era ancora preoccupato per l'avanzata elettorale del PCI e che occorreva agire per fermarla.
Il 16 marzo 1978 fu portato ad esecuzione il colpo più spregiudicato e più diretto contro la democrazia: il sequestro del segretario della DC Aldo Moro nel momento in cui si recava in Parlamento per la fiducia al primo governo con l'appoggio diretto del PCI. La desecretazione di molti documenti statunitensi oggi consente di dare molte conferme a questo pezzo di storia italiana, ma molte più ne consentirebbe se non ne fosse stato escluso l'affaire Moro.
Scrisse Mino Pecorelli sul numero del 2 maggio 1978 di OP, in pieno sequestro Moro:
"L'agguato di via Fani porta in segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L'obiettivo primario è senz'altro quello di allontanare il partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del paese. E' un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comunque interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l'ascesa del PCI, cioè del leader dell'eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industrializzato. Ciò non è gradito agli americani…Ancor meno è gradito ai sovietici…ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. E' Yalta che ha deciso via Mario Fani." Gli uomini della Banda della Magliana ci raccontano che fu ucciso per conto di Pippo Calò per mano di Massimo Carminati, sodale di Valerio Fioravanti sin dai tempi dei banchi di scuola, ancorché assolto (per motivi prettamente processuali) dalla Corte di Perugia.
Ricorda l'ex dirigente democristiano Giovanni Galloni che due settimane prima della strage di via Fani Moro gli aveva espresso una preoccupazione: "La cosa di cui sono molto preoccupato è questa : io so che i servizi segreti americani ed israeliani hanno degli infiltrati nelle Brigate Rosse, però questi servizi non hanno mai fatto comunicazione ai nostri servizi e allo Stato, nonostante le loro indicazioni potrebbero essere utili per la ricerca dei covi."
Il gen. Gian Adelio Maletti aveva già dichiarato in una intervista alla rivista Tempo del 20.6.1976:
"Fino a quel momento [1975] i brigatisti non avevano ancora sparato, se non costretti…Questa nuova organizzazione partiva con il proposito esplicito di sparare…addestravano o assoldavano tiratori per sparare alle gambe…arruolavano terroristi da tutte le parti, e i mandanti restavano nell'ombra, ma non direi che si potessero definire di sinistra. Nel complesso era gente diversa, anche per estrazione sociale e culturale, dalle primitive brigate rosse…informammo il Viminale…spettava all'antiterrorismo agire". Ma l'antiterrorismo di Emilio Santillo proprio allora fu sciolto ed il gen. Alberto Dalla Chiesa destinato ad altro incarico.
La strage di Bologna, due anni dopo l'omicidio Moro, realizzò oggettivamente la messa a punto di quel disegno di destabilizzazione.
Poi il potere mafioso, cui spesso si era ricorso, prese coscienza del proprio potenziale di ricatto e dettò le regole dei nuovi rapporti di forza. Il confronto diretto tra mafiosi e potere politico raggiunge l'acme con l'eliminazione di Piersanti Mattarella e Salvo Lima. Ancora un attentato fece saltare i binari della tratta ferroviaria Firenze-Bologna nel luglio
Non è certo una storia propria di un paese democratico questa. I livelli pur fisiologici di criminalità avevano raggiunto una intensità inusitata e, soprattutto, sono stati diretti non tanto a colpire le persone, quanto piuttosto - e come obiettivo prioritario - a condizionare la democrazia. E dal 1994 la violenza politica sembra finalmente bandita, o comunque ridotta in termini molto contenuti, con almeno una apparenza di normalità democratica. Dopo questi traumi sono, però, le modalità di svolgimento della vita politica che sono profondamente cambiate.
La gestione dei 55 giorni del sequestro Moro era stata caratterizzata da rilevanti anomalie: la quasi completa esclusione della magistratura da ogni circuito informativo e di indagine; la concentrazione di ogni iniziativa nei comitati di crisi creati dal Ministro dell'Interno Cossiga che vi aveva inserito persone quasi esclusivamente facenti parte della P2.
La conseguenza fu che, allorché nella lettera riservata a Cossiga, Moro avanzò l'ipotesi di un suo cedimento alle pressioni dei brigatisti e tutti gli addetti ai lavori compresero che queste si riferivano alla organizzazione segreta Gladio, Cossiga fece comprendere ai membri del comitato di crisi che poteva essere inevitabile che il sequestro si concludesse con la morte di Moro. Lo sostiene il principale esperto di tale comitato, Steve Pieczenick, che era stato selezionato da Cossiga tra i collaboratori del Dipartimento di Stato statunitense, il quale in alcune sue prime dichiarazioni aveva persino accusato esplicitamente Cossiga di avere con determinazione perseguito l'obiettivo della morte di Moro (che è cosa diversa dall'essere stato contrario alla trattativa) e di avere veicolato al di fuori del comitato notizie riservate che ne danneggiarono l'azione, riducendo fortemente la possibilità di pervenire alla liberazione di Moro che, a suo giudizio, sarebbe stata possibile senza cedimento dello Stato. Dichiarazioni inquietanti che richiederebbero qualche approfondimento, non una superficiale smentita.
"Sono i fantasmi che ossessionano Francesco Cossiga e tutti quei politici italiani impegnati a chiudere tutti i varchi dai quali qualcosa del passato possa riversarsi nel presente" ha commentato Vincenzo Vinciguerra. Questa ossessione è stata reiterata recentemente in un'intervista al Corriere della Sera dell'8.7.2008 con la fuorviante affermazione secondo cui Gladio era composta da ex partigiani e ricavandone a contrario la presunzione della sua piena legittimazione. E, con un parallelo inquietante, Cossiga si dice convinto che furono i palestinesi a cagionare l'esplosione della stazione di Bologna ("La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della resistenza palestinese").
Si tratta delle valutazioni di una persona, alle cui singolari ed immotivate posizioni è difficile attribuire una qualche importanza, posto che nella intervista a Riccardo Bocca ("Tutta un'altra strage", BUR 2007) egli sostiene di esserci arrivato sulla base di impressioni personali sue e di altri e di aver avuto una conoscenza solo riassuntiva del processo. Per i rapporti che gli si attribuisce di avere intrattenuto con Gelli (condannato per depistaggio), per la posizione assunte in relazione a Gladio, per quella assunta sulla Loggia P2, per i reiterati attacchi ai giudici di Bologna e per le inquietanti dichiarazioni di Steve Pieczenick, Cossiga non ha dimostrato di essere persona in posizione di assoluto distacco per accreditare come obiettive le proprie valutazioni. L'effetto è quello di una ennesima operazione di depistaggio, questa volta della memoria, calata sulla scia di quelle che l'hanno preceduta.
Sogno riferisce nelle sue memorie: "I gladiatori veri avevano il compito di predisporre il tessuto d'appoggio per le operazioni attive" che sarebbero state svolte dalle FF.AA. E fu proprio lui nel
Quattro cartelle di Cavallo risalenti a metà degli anni '70 chiariscono la strategia: "Solo le FF.AA. possono affronatare e risolvere la crisi politica, economica morale, e sociale dello Stato….a causa di una classe politica corrotta ed incapace…è venuta a mancare ogni base di legittimità ai massimi esponenti dello Stato e del Governo….Il "colpo" va organizzato con criteri del blitzkrieg; sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura".
In un'intervista pubblicata su Panorama del 16.12.1990 Sogno sostenne che per dissuadere il PCI era necessario creare il complesso cileno: cioè era bene che i comunisti sapessero che ci sarebbe stata una risposta. Già nella primavera del 1972 aveva depositato presso un notaio di Milano un giuramento firmato da venti ufficiali dell'Esercito che si impegnavano tra l'altro a "compiere personalmente e singolarmente l'esecuzione capitale degli esponenti politici di partiti democratici responsabili di collaborazionismo con nemici della democrazia e di tradimento verso le libere istituzioni". Quel che fecero le BR con Aldo Moro. Gli anni tra il '74 ed il '78 avevano segnato proprio il passaggio alla attuazione di quel progetto politico contro il quale Sogno ed il suo partito trasversale si erano tanto battuti.
Sollecitato da una apposita domanda dell'intervistatore, egli non negò neanche il ruolo stabilizzante svolto dal terrorismo, ma finse di ignorare – come tanti altri - il ruolo di collante svolto dalle sue iniziative e da quelle forme di terrorismo, qualificato come "indolore", che egli stesso ammette di avere suscitato e condiviso.
A seguito delle ammissioni di Sogno assumono un aspetto lugubre le dichiarazioni di Silvio Berlusconi apparse su "Il Giornale" del 18.1.2000 in risposta all'appello rivoltogli da Edgardo Sogno: "Noi raccogliamo l' appello di Sogno che ci chiede di scegliere a favore del cambiamento e non della conservazione dell' esistente. La nostra risposta e' che Forza Italia e' nata come forza di cambiamento e che non può che essere forza di riforma radicale della societa' e delle istituzioni". "Edgardo Sogno - prosegue Berlusconi - e' uno degli uomini ingiustamente perseguitato che in Italia merita maggior rispetto e considerazione". E gli riservò i funerali di Stato. Cossiga li aveva già riservati qualche anno prima a Rodolfo Pacciardi.
giovedì 31 luglio 2008
Il mondo di oggi, il futuro: le rivoluzioni e le libertà.
“Le magnifìche sorti e progressive” della storia sono oramai un mito. Morin ci avverte che non potrà esservi uno sviluppo lineare, che insieme ai fattori positivi si accentuano anche quelli negativi e che attraverso le reciproche interferenze di essi, della evoluzione scientifica e dei disastri ecologici ci potremo trovare di fronte a situazioni totalmente nuove. Il rimedio è attrezzarsi ad affrontare l’imprevisto.
Invita ad affrontare il futuro con l’entusiasmo dell’azione politica e con la forza del senso critico, in modo laico, libero da costruzioni fideistiche e da dogmi partitici al fine di ricercare il senso di una umanità condivisa.
Anche se in conseguenza di un auspicabile progresso economico e tecnologico nel prossimo futuro le risorse non fossero più concentrate in poche mani e in pochi paesi, molti segnali inducono comunque a dubitare che di pari passo si svilupperebbero anche i paradigmi fondamentali della cultura (solidarietà, tolleranza, democrazia, eguaglianza).
E se nel 2047 in un mondo, che sarà di fatto planetarizzato, vi saranno ancora situazioni di arretratezza insopportabile, allora vi saranno anche situazioni di approfittamento probabilmente accompagnate da dittature, guerre e ribellioni violente. Se non avverrà un rinnovamento diffuso a livello dei principi, non si riuscirà a contenere le tensioni sociali, e gli eventi tragici continueranno a far parte della storia dell’uomo. Bisognerà solo sperare che questi si sviluppino nei limiti delle istanze che li hanno generati e che i loro effetti non si espandano a livello globale. Ma ciò sarà possibile solo se i paesi ricchi non tenteranno ancora di sfruttare in modo predatorio e totalizzante le proprie posizioni egemoniche.
L’aumento esponenziale delle migrazioni e la conseguente compresenza sullo stesso territorio di persone con storie e culture diverse sono destinati a generare problemi di comunicazione e di incomprensione reciproca. Nelle società culturalmente evolute vengono messi a punto e probabilmente saranno affinati meccanismi per affrontare le tensioni sociali che ne conseguono, in una prospettiva di regolazione dei rapporti tra gli individui e gli individui e lo Stato volta a dare sempre maggiore rilievo all’azione politica, alla mediazione sociale ed alla cultura del diritto.
Ovviamente questi fattori non potranno svolgere un ruolo risolutivo, ma sono naturalmente destinati ad attutire gli effetti traumatici di tutti gli altri che incidono sul cambiamento. E questa funzione di abbassamento del livello di conflittualità potrà essere tanto più efficace quanto più puntuale sarà l’azione politica, quanto più condivise saranno le regole generali espresse nella legislazione, più partecipati i processi di formazione delle leggi e più praticato l’impegno per la mediazione.
Oggi si regolano con le parole, con la conoscenza, con il pensiero e con la forza della ragione molti conflitti che ieri venivano regolati con lo scontro e la forza fisica e la nozione di rivoluzione perderà sempre di più il suo ancoraggio con la nozione di violenza. I cambiamenti, anche rapidi e traumatici, nei paesi democratici possono avvenire anche solo cambiando il contenuto delle leggi e attraverso queste può essere più efficacemente contenuta la barbarie, la violenza, l’intolleranza, l’arretratezza culturale. E parallelamente le libertà verranno slegate dalla nozione di arbitrarietà individuale per correlarsi con quella di responsabilità.
Ed è in questo quadro che assumeranno una importanza sempre maggiore tutti gli strumenti istituzionali finalizzati alla tutela dei più deboli e dei diritti offesi ed in particolare la Magistratura, sulla quale nelle società avanzate sono inevitabilmente destinate a scaricarsi molte tensioni latenti nella società. E’ questo il motivo per cui la funzionalità del sistema giudiziario è destinata a diventare in misura sempre maggiore un presupposto ineludibile della convivenza civile. E ad essa, piuttosto che allo spauracchio della insicurezza urbana - che costituisce un effetto solo indiretto e superficiale dell’illegalità diffusa - dovrà essere prestata una attenzione maggiore di quanto non avvenga oggi.
E tanto più le leggi saranno adeguate ad intercettare i reali bisogni sociali, tanto più si potranno ridurre le occasioni di conflittualità e porre le basi perché le altre componenti dello sviluppo possano rendere al meglio.
Le leggi stabilite da organismi democraticamente eletti, ed anche da organismi sopranazionali, segneranno la nuova grammatica dei rapporti e dei conflitti sociali, anche se comunque anch’esse saranno esposte alla strumentalizzazione per fini di sopraffazione ed acquisizione di posizioni di potere. E a maggior ragione se i presupposti di fatto della realtà, che determinano la formazione di nuove leggi, tendono a cambiare continuamente e le nuove leggi a non essere più adeguate a regolare i fenomeni che ne costituiscono l’oggetto.
Comunque il metodo di estendere la cittadinanza e di dominare le diversità, oggi tanto numerose e complesse, attraverso regole maturate in un contesto democratico rappresenta l’unica speranza per il nostro futuro prossimo venturo.
Ovviamente questa prospettiva non sarà in grado di assicurare sempre le auspicate condizioni di giustizia e di equità che teoricamente ne costituiscono la ragion d’essere. Non è escluso che continueranno a sopravvivere in certa misura ancora le dinamiche conflittuali tradizionali e quelle nuove determinate da nuove situazioni imprevedibili. La prevaricazione dell’uomo sull’uomo sopravviverà, ma tenderà ad affermarsi attraverso modalità sempre meno correlate alla prepotenza e la violenza fisica e sempre più legate alla strumentalizzazione captatoria delle parole e del pensiero, ed anche attraverso gli strumenti mediatici, della manipolazione e falsificazione delle informazioni.
Anche se la democrazia è l’unico sistema immaginabile di formazione di un ceto politico e di leggi che rispondano all’interesse dei cittadini, vi sono tanti modi attraverso i quali essa si esprime, molti dei quali facilmente esposti a meccanismi di alterazione che consentono ai portatori di interessi molto forti di captare agevolmente il consenso degli elettori ovvero che non consentono a molti elettori di esprimere in forma adeguata la rappresentanza dei propri interessi. Si pensi ad esempio al divario che esiste oggi tra coloro che su un territorio esercitano di fatto il diritto al voto e coloro che per effetto di una mobilità così diffusa non hanno accesso ad alcuna forma di rappresentanza. Si pensi a tutti i sistemi ove è possibile esprimere il diritto al voto solo ratificando o meno candidature calate dall’alto e senza alcuna possibilità di intervento sulla possibilità di formazione delle stesse. Probabilmente siamo ancora alla preistoria di una epoca che possa essere qualificata veramente democratica. E siano alla preistoria di istituzioni internazionali che possano dirsi ampiamente rappresentative di stati veramente democratici. E, difatti, non sono stati ancora elaborati a livello internazionale degli standard di democraticità efficaci ed adeguati, tali da potere rappresentare un punto di riferimento di tutti gli Stati che ambiscono ad essere riconosciuti come tali.
Queste carenze lasciano spazio alla possibilità di manipolazione del consenso ed alterano il tasso di condivisione delle leggi. I rischi che ne conseguono sono da una parte l’antipolitica e il discredito delle istituzioni, dall’altra il possibile abbandono di questo piano di risoluzione dei conflitti per un ritorno alla violenza. E spesso queste carenze e gli altri ostacoli alla inclusione sociale sono frutto di intolleranze, anche se mascherate, destinate a generare altre intolleranze.
Anche il decadimento della capacità di legiferare e di tenere ancorata la legislazione a principi di portata costituzionale potrebbe riaprire la spirale della violenza. E vi sono rischi di accelerazione di questo decadimento: da una parte la molteplicità e diversità eccessiva dei livelli di competenza che potrebbero far precipitare le comunità di cittadini nell’incubo della confusione, dall’altra il rischio che le leggi rimangano pura affermazione di principio e vengano sistematicamente disattese, che prenda cioè il sopravvento la cultura dell’illegalità. Vi è poi il rischio del gap temporale tra i conflitti e la loro possibile soluzione affidata ai giudici in un mondo che ha bisogno di soluzioni sempre più rapide.
Vi è bisogno, dunque, da una parte di una grande attenzione non solo ai nuovi contenuti delle leggi, ma anche alla loro effettiva attuazione ed all’ampliamento dei relativi effetti sempre più oltre i confini nazionali, dall’altra ad un metodo, quello giudiziario, che con grande difficoltà tende ad imporre la sua autonomia nei confronti della politica e delle posizioni di potere.
Ma occorre soprattutto una "svolta etica" intesa come ricerca di un consenso condiviso verso un corpo di valori già radicati nelle coscienze, non certo imposto. Il problema non è solo mondiale, cioè rivolto alla coesistenza pacifica delle nazioni, ma anche nazionale, perché all’interno dei singoli paesi si vanno oramai stratificando realtà, vite, mondi diversi, che coesistono sullo stesso territorio in modo indipendente l’uno dall’altro, alcuni dei quali spesso abbandonati all’emarginazione ed allo sbando al di fuori di ogni regolamentazione. Occorre sviluppare la comunicazione, la conoscenza reciproca e la mediazione, ricercare dei valori comuni tra questi mondi che siano all’interno dei parametri costituzionali fondamentali. Se non si persegue questa prospettiva, si apriranno infiniti scenari di violenza e barbarie.
Per realizzare questa svolta etica la politica dovrà riformare le sue regole, rinnovare i meccanismi di formazione della sua classe dirigente ed essere capace di controllare le dinamiche sociali ed economiche sottraendole ad ogni forma di soggezione. Occorrerà inoltre che diventi sempre più capace di adeguare le regole e la legislazione allo stesso ritmo di cambiamento della realtà, addirittura anticipandola per dare ad essa un indirizzo. Ed accetti poi la soggezione alle stesse regole, quando vengano applicate per il tramite del potere giudiziario.
E quando la legislazione avrà cristallizzato nuovi valori in norme giuridiche, mutuando principi sedimentati nelle coscienze sociali ed acquisiti sul piano politico, occorrerà assicurare la concreta attuazione di questa nuova legislazione, che potrà assumere anche un rilievo rivoluzionario se comporterà nella sua concreta applicazione il superamento delle resistenze degli interessi particolari sottoposti alla soggezione della norma. E, difatti, il problema è che le resistenze degli interessi che in passato si affermavano attraverso gli strumenti delle dittature, delle violenze e delle guerre, oggi, ed a maggior ragione nel futuro prossimo venturo, si manifesteranno attraverso i nuovi fascismi che tenteranno di strumentalizzare o paralizzare i meccanismi della democrazia e del diritto ricorrendo alla falsificazione, alla illusione, alla delegittimazione, alla manipolazione dei mass media. E giustamente Morin ci avverte che occorre attrezzarsi per non finirne soggiogati. Occorre prefigurare i rischi di questo incerto futuro per poterlo affrontare razionalmente e con spirito volto a soddisfare quelle che Moro definiva “le impellenti esigenze di una società adulta e matura”.
Ma sarà inevitabile che anche se la legislazione riuscirà a sottrarsi all’effetto del liberismo sfrenato e ad imporre regolamentazioni per governare le dinamiche sociali ed economiche, i portatori dei relativi interessi si attrezzeranno per renderle inefficaci. Ne potrà conseguire anche uno scontro tra dinamiche diverse che spetterà prima alla politica e poi al diritto tentare di governare. Di questo conflitto non saranno tanto importati le conseguenze immediate – sulle quali spesso viene concentrata, in particolare da posizioni estremistiche, una attenzione sproporzionata ed irragionevole - quanto piuttosto quelle destinate a radicarsi nel tempo ed a stabilizzarsi sino a diventare patrimonio della coscienza comune. Vi sono già stati momenti in cui parametri cruciali di questo conflitto sono stati definiti con la formazione delle grandi costituzioni moderne.
Sarà inevitabile comunque che la democrazia da sola possa non essere in grado di assicurare il cambiamento, quand’anche fosse una democrazia diffusa e partecipata. Occorrerà qualcosa di più. Utilissimi a tale proposito i suggerimenti che Morin ha posto a base della teoria della conoscenza della complessità (“I sette saperi necessari all'educazione del futuro”): la democrazia deve essere consapevole, deve essere messa in condizione di prefigurare ed affrontare i rischi di errore e di illusione che insidiano costantemente la mente umana, e lo stesso ruolo del cittadino elettore deve essere cautelato dalle falsificazioni e dalle illusioni, che alterano le conoscenze necessarie per esercitare le scelte, in modo che sia ristabilita attraverso gli istituti democratici una corretta relazione di reciproco controllo fra la società e gli individui.
La storia della democrazia italiana fornisce la dimostrazione palese di come, dopo il terrorismo e le stragi politiche, si siano evoluti i meccanismi di condizionamento del cambiamento. L’osservazione di questo processo storico ci mette in condizione di ricercare le contromisure per contenerne gli effetti, per contestualizzarli, per elaborare le strategie che permettano di affrontarne i rischi.
La storia della democrazia italiana, che ha trovato una sintesi nel momento di portata rivoluzionaria della formazione della Carta Costituzionale, è una lunga storia di contrapposizione tra forze divergenti in direzioni completamente opposte, sulle quali i partiti politici tradizionali hanno reiteratamente e con grande difficoltà tentato di imporre la logica della composizione nell’ambito delle istituzioni democratiche. La ribellione alla attuazione dei principi di quella Carta Costituzionale si è manifestata in vari modi dalla strage di Portella delle Ginestre, con le stragi successive, gli omicidi politici ed il terrorismo, che tentarono di imporre prima l’intimidazione e poi il senso di insicurezza ed il bisogno di autorità. Oggi la medesima strategia si attua con effetti similari attraverso le strade insidiose della manipolazione dell’opinione pubblica, della falsificazione, ed anche dell’avvilimento di tutti gli organismi di controllo. E bisognerà lavorare per ripristinarne l’effetto deterrente rispetto al prevalere, già sperimentato, di personalismi a danno degli interessi generali.
La falsificazione si realizza in concreto anche con il riduzionismo e la superficialità, ovvero il tentativo di prospettare la semplificazione della complessità, tipico degli estremismi.
Quali ne siano la modalità, le azioni dirette ad ostacolare l’interpretazione della realtà in determinate condizioni potrebbero celare la stessa carica eversiva che in contesti diversi si esprime attraverso gli atti di terrorismo indiscriminato.
La singolarità della situazione italiana è che la democrazia si consuma tra divaricazioni spesso irriducibili piuttosto che tra scelte, anche radicalmente diverse, tutte costruttivamente orientate verso un medesimo modello di convivenza. L’ampliamento delle libertà può aprire la strada anche ad ogni possibile falsificazione non ed a queste si deve rispondere solo con la valutazione critica, ma anche con il controllo dei poteri occulti e della illegalità organizzata e con la piena funzionalità degli istituti deputati all’accertamento dei fatti ed alla affermazione della legalità.
Ove queste ulteriori cautele non venissero perseguite, si potrebbe determinare la legittimazione della coesistenza, insieme al potere dello Stato, di centri di potere paralleli e potrebbe prevalere la tentazione di lasciare che ciascuno di questi poteri regolamenti in modo autonomo i propri ambiti di influenza. E’ quanto nei fatti già avviene in modo surrettizio, al di fuori di un consenso esplicito e di una legittimazione. Solo una società trasparente può ripristinare un clima di piena fiducia nei confronti dei meccanismi della politica e più in una società si ripristina la fiducia, più questa tende a svilupparsi. La mancanza di fiducia, quand’anche gli istituti democratici rimanessero formalmente inalterati, porta al totalitarismo ed alla necrotizzazione nella società, la degradazione della società in massa, in folla di persone slegate tra loro. E l’illegalità organizzata, le falsificazioni, le illusioni si potrebbero anche proporre come condizioni di sicurezza dopo avere determinato le ragioni dell’insicurezza.
Occorre distruggere, dunque, attraverso i meccanismi istituzionali il potere che l’illegalità ha nella società italiana. Una cosa del genere sarebbe di tale portata innovativa da realizzare di fatto una vera e propria rivoluzione in grado di rivitalizzare radicalmente la possibilità di sviluppo dei diritti e di ripristinare la fiducia nello Stato. E’ questa la rivoluzione prossima ventura che mi auguro si verifichi ancor prima del 2047.
martedì 18 dicembre 2007
Come suscitare entusiasmo intorno al partito democratico
Quanto ai contenuti, si tratta di riprendere quel processo di continua ricerca di un equilibrio tra i valori del riformismo cattolico e quello socialista che già nel 1947 trovarono una felice sintesi nella enunciazione dei principi fondamentali della Costituzione. In questo mezzo secolo di democrazia quei valori sono stati arricchiti ed ampliati ed ora richiedono un rinnovato sforzo di accrescimento di fronte ai problemi epocali della società moderna: da quelli della globalizzazione a quelli della rivoluzione tecnologica, da certe rigidità del liberismo economico alle trasformazioni ambientali che interessano l´intero pianeta, dai problemi dei grandi flussi migratori alla estensione della pratica della guerra come metodo di soluzione dei conflitti.
Credo che l´affermazione di Massimo D´Alema che "il socialismo non basta più", debba essere presa semplicemente per quello che vale, nel senso che oggi si richiede uno sforzo di elaborazione nuova che trascende dagli schemi tradizionali del riformismo. Si tratta di una nuova dimensione dello scenario politico, della quale è necessario prendere realisticamente atto nel tentativo di ricercare soluzioni che rispondono ai principi comuni cui è sempre stata improntata l´azione politica delle componenti che si riconoscono in questo progetto. Altrimenti si rischia di consentire alle forze conservatrici e reazionarie di governare questi processi senza resistenze ed in modo esclusivo. I temi sui quali sperimentare un nuovo e più moderno approccio in quest´ottica sono tanti: lavoro, rapporti stato/mercato, diritti civili, eguaglianza, promozione ed equità sociale, pari opportunità, etica e responsabilità pubblica, funzionalità della Giustizia e della P.A., diritti di cittadinanza, tutela dei consumatori, sicurezza, problemi istituzionali (legge elettorale e emendamenti alla costituzione), etc..
Poiché la realizzazione di questo obiettivo comporta la necessità di ritrovare elementi comuni tra persone che hanno anche tradizioni culturali e convinzioni diverse in alcuni ambiti - e nei confronti di queste differenze occorre mantenere rispetto - esso non può tradursi anche in regola rivolta a condizionare il libero esercizio del voto parlamentare in quelle materie che non siano direttamente rivolte a sostenere unitariamente un programma di governo. Ed occorre di conseguenza definire, nel modo meno approssimativo possibile, il confine di questa autonomia politica e parlamentare, che non deve essere considerata un fattore contingente, ma una eventualità strutturale di un nuovo modo di fare politica in un sistema bipolare. Un nuovo modo di definire lo spazio politico: il partito non più come casa ideologica di appartenenza totalizzante, bensì come luogo della composizione di approcci differenti ai vari problemi, approcci provenienti da un´area più ampia di quella di provenienza, ma che comunque riconosce il carattere unificante dei valori fondamentali della Costituzione e che si rende conto di non potere trovare questa composizione con quella parte del paese che invece in essi non si è mai riconosciuta con convinzione.
Il populismo - ora con Forza Italia e la Lega come negli anni `20 con il fascismo - ha allevato all´egoismo, al rifiuto delle regole e spesso anche all´illegalità, vasti strati della popolazione. E´ oramai un dato endemico nella storia del nostro paese che non ci consente di ricercare in parlamento con questa area uno spazio costruttivo di confronto sul piano delle riforme, se non rinunziando ai principi ai quali vogliamo ispirare la nostra azione politica. Ne deriva come conseguenza inevitabile quella di aspirare a creare una forza politica in grado di riempire uno spazio politico, il più vasto possibile, di respiro completamente nuovo. Nell´attuale sistema bipolare una semplice federazione di partiti, che autonomamente non hanno sinora avviato o prospettato alcuna premessa per un loro completo rinnovamento, non sembra idonea a raggiungere lo stesso obiettivo.
Un presupposto necessario di questo diverso approccio alla politica dovrà essere necessariamente un nuovo metodo (statuto, primarie e quanto altro) che assicuri la scelta ed un ricambio almeno parziale della classe dirigente, con la partecipazione degli iscritti e/o anche dei simpatizzanti ad alcune opzioni fondamentali (ad esempio, selezione delle candidature). Con un metodo che riesca a rappresentare fedelmente, in tutte le diversificazioni esistenti, le espressioni culturali della base, in modo che non si verifichino effetti distorcenti, non solo in occasione della selezione alle cariche monocratiche, ma anche in sede di formazione delle liste di candidati da proporre in vista degli impegni elettorali. Solo a queste condizioni potrà esservi un successo come quello delle primarie, un successo che potrebbe andare ben al di là delle aspettative e innescare un circolo virtuoso in grado di scompaginare le ambizioni di chiunque avesse in mente di controllare questo processo solo per fini di affermazione personale ovvero con la riserva di tradire poi le aspettative partecipative che, sole, possono dargli l´anima.
Potrà rappresentare un valore aggiunto la diversità di opinioni tra i soggetti che vi confluiranno, quelli provenienti dai partiti fondatori tradizionali e gli elementi nuovi che l´arricchiranno. E potrà consentire di includere nell´impegno politico attivo tante persone ed associazioni che, non avendo insegne di appartenenza, sono disponibili ad entrare in politica rimanendo in certo qual modo liberi di dare a ciascun problema la risposta che essi ritengono adeguata alle circostanze ed al momento. Ho la netta sensazione che se ora facessi prevalere la diffidenza e mi schierassi pregiudizialmente contro questo progetto, finirei per dare una mano all´immobilismo.
Se si intende con convinzione perseguire questa strada, come si afferma da più parti, occorre però che siano chiariti alcuni equivoci ed eliminate alcune ambiguità. Tra queste la posizione veltroniana che ipotizza una figura di un capo di governo scelto direttamente dagli elettori, che dovrebbe essere considerata impraticabile dopo l´esito del referendum costituzionale; e, nella mozione unitaria dei D.L., la limitazione delle primarie alla scelta delle sole cariche monocratiche senza prevedere come indispensabile anche un percorso democratico per la selezione delle candidature in occasione delle varie competizioni elettorali; i rapporti con il Partito Socialista Europeo lasciati ancora nel vago; l´impianto federativo del nuovo partito che sembrerebbe ispirato a porre dei limiti ad una effettiva democrazia interna del nuovo soggetto politico. Queste perplessità dovranno essere sciolte al più presto se si vuole con convinzione tradurre il progetto del Partito Democratico in un vero e proprio processo di crescita politica partecipata e far scattare la molla dell´entusiasmo intorno ad esso.
Coloro che sono interessati a questa prospettiva possono aderire al documento pubblicato sul sito www.centopassi.info
Il Partito Democratico potrà essere per questa città ciò che fu il PCI di una volta ?
Riavvicinare i cittadini alla politica, restituir loro il piacere ed i modi giusti per contare è una delle sfide principali del partito democratico, una sfida possibile ad alcune precise condizioni di metodo e di sostanza. Da una parte la possibilità di formazione di un ceto politico sulla base di regole di effettiva democrazia interna, dall’altra la presa di distanza netta e radicale rispetto a partiti che si richiamano ad una visione del mondo non solidale e non rispettosa dei principi della Costituzione.
Ma sulla base di questi presupposti il Partito Democratico potrà essere egualmente ciò che fu per questa città il PCI di una volta ? Per un verso è auspicabile con riguardo alla grande capacità di coinvolgimento dei cittadini nei problemi della comunità che fu propria del PCI, per altro verso dovrà essere necessariamente diverso l’approccio verso un partito nuovo che bandisce ogni pretesa di egemonia di un pensiero dominante e che presuppone necessariamente il rispetto, la comprensione e l’accettazione di alcune diversità culturali.
Lo strumento delle primarie nell’ambito di un contenitore, il PD, che supera retaggi e steccati culturali oramai privi di senso, sembra l’unica strada presente nel panorama italiano per un vero rinnovamento e superare i difetti e le storture che, per scelta o per necessità, l’attuale ceto politico inevitabilmente si è portato dietro. Esso ci offre anche l’occasione storica per far sì che le esigenze di governo del paese e le scelte volte a regolare la convivenza sociale possano coniugarsi con il rispetto per le storie diverse di ciascuno.
La previsione di un livello strategico (il PD) per la composizione dei diversi punti di vista, evitando che questi esplodano in Parlamento, è destinata a restituire maggiore dignità alla politica, intesa come strumento di concertazione delle linee di sviluppo di un paese. Radicalmente diverso per finalità e modalità deve rimanere invece il confronto parlamentare tra le due diverse visioni del bene pubblico e dei rapporti sociali che costituiscono lo spartiacque del sistema bipolare. Con la costituzione del PD le rappresentanze del paese vengono impegnate ad assumersi in modo trasparente e visibile la responsabilità di una opzione politica complessiva in un senso o nell’altro. Senza disconoscere che in questi anni difficili i grandi partiti hanno comunque avuto il merito di avere salvaguardato una cultura condivisa dei principi costituzionali e la credibilità delle istituzioni democratiche, nonostante la corruzione e la illegalità diffusa e la forte pressione disgregatrice degli egoismi, dei localismi, dei poteri sommersi, della mafia e della delinquenza organizzata, in non poche circostanze sfociata anche in una strategia di violenza che il paese ha respinto con fermezza. Ora i partiti storici ci impegnano in una sfida che occorre raccogliere nella consapevolezza che l’impegno politico oggi vada declinato con sempre maggiore convinzione, ma in modo diverso.
Il referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006, e l’interesse che esso ha suscitato, sembra avere aperto la strada per la definizione della vera traccia di discrimine tra le diverse visioni politiche intorno alle quali si è evoluta la coscienza politica degli italiani: da una parte i valori di solidarietà e pluralismo enunziati nei principi fondamentali della Costituzione, dall’altra parte tutti coloro che in essi non hanno mai creduto e che in vario modo nel corso di questi sessant’anni di democrazia hanno sempre operato per svuotarli di operatività.
E’, dunque, ai valori di quella Carta Costituzionale che occorre ritornare, è nell’alveo dei suoi principi che il PD potrà ritrovare materia per i suoi programmi, perché la loro difficile attuazione e la loro elaborazione in chiave moderna richiede energie che lo impegneranno per i prossimi decenni e perché al di fuori di essi continueranno a manifestarsi significative resistenze che sono strutturali nella società italiana.
I contenuti di sostanza potranno approssimarsi nella misura più ampia possibile agli interessi reali del paese solo se gli apparati saranno in grado di ridurre la diffidenza che allontana i cittadini dalla politica, solo se il PD si presenterà in modo appetibile a vasti ceti della società che, pur indisponibili ad una adesione piena ed a rinunziare completamente alla propria identità, siano aperti ad ipotesi di governo più prossime ai propri interessi.
Ma tutto questo sarà possibile solo se le primarie saranno una vera competizione democratica nella quale figure nuove saranno chiamate a misurarsi con le esperienze politiche di coloro che hanno diretto nel recente passato i partiti che si apprestano a fondare il PD.
Ebbene, se una prospettiva di questo genere a livello nazionale può giovarsi di personalità credibili ed accattivanti come Veltroni e Franceschini, che rappresentano una bandiera e sono in grado di coagulare un gradimento molto vasto, a livello locale ha bisogno di rappresentanze politiche più vicine ad un elettorato in parte diverso ed auspicabilmente molto più ampio. Il PD locale non può presentarsi come la replica dell’onnipresente macchina politica del PCI di una volta e dei DS di oggi. Sarebbe una risposta di continuità ed identità con il passato che l’elettorato delle primarie rischierebbe di non comprendere.
No alla Riforma Costituzionale !
REFERENDUM
CONTRO IL PROGETTO DI RIFORMA
DELLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE
che prevede:
I POTERI FORTI PER IL PREMIER
Il Primo Ministro è eletto con voto diretto degli elettori, é indissolubilmente legato alla sua maggioranza, non può accettare nessun altro voto determinate, ma può condizionarla con l’esercizio del suo potere di scioglimento della Camera.
LO SVUOTAMENTO DEGLI ISTITUTI DI GARANZIA
Il Presidente della Repubblica perde il potere di nomina del Presidente del Consiglio e quello di scioglimento delle Camere, cessa di essere il garante degli equilibri istituzionali.
Sulla Corte Costituzionale vi sarà un consistente aumento di influenza dei partiti con conseguente maggiore possibilità di politicizzazione sulle sue decisioni
Con riguardo alla Magistratura viene circoscritto il principio di autonomia del CSM rispetto al Presidente della Repubblica, cui viene attribuito il potere di nominare il Vice Presidente, che attualmente è elettivo.
LA FRAMMENTAZIONE DEL POTERE DI LEGIFERARE
Le competenze legislative vengono frazionate a seconda della materia tra Camera, Senato Federale e Regioni. Solo per limitate materie sopravvive il sistema della doppia approvazione da parte di Camera e Senato. Il Senato Federale viene eletto in occasione delle elezioni regionali. Sia per la possibilità di formazione di maggioranze diverse sia per la difficoltà di una esatta individuazione delle competenze, spesso definite in modo approssimativo, si verificheranno occasioni di una perenne conflittualità.
E’ prevista la possibilità per il Premier di attivare meccanismi di annullamento delle leggi del Senato e delle Regioni deducendo la necessità di dare attuazione al programma di governo o per motivi di interesse nazionale.
La soluzione dei conflitti istituzionali viene affidata, anziché ad un organo indipendente quale è la Corte Costituzionale, ad apposite commissioni parlamentari, praticamente alla stessa maggioranza che sostiene il Governo.
LA DEVOLUTION
Per effetto della “Devolution” le materie della sanità, dell’istruzione e della polizia locale passeranno alla competenza legislativa esclusiva delle Regioni. Si tratta di un trasferimento di competenze che, specie con riguardo alla sanità, comporterà inestricabili problemi in ordine alla sostenibilità economica delle spese dei relativi servizi.
Nella fruizione dei servizi non vi saranno più diritti eguali per tutti gli i cittadini. Saranno accentuate le disuguaglianze già insopportabili tra Nord e Sud secondo una visione egoistica della crescita sociale e dello sviluppo economico. Le più eclatanti si manifesteranno nel campo della sanità, ove una regione ricca potrebbe permettersi di non gravare i propri cittadini del ticket ed una povera non essere in condizioni di poterlo fare.
I DIRITTI FONDAMENTALI INTACCATI
Intaccando i tre grandi principi di base della Costituzione (equilibrio democratico tra maggioranze e minoranze, equilibrio parlamentare tra poteri e contropoteri, equilibrio nazionale tra unità e pluralismo territoriale) si è costruita una passerella di aggressione che va dalla parte organizzativa (la Parte II) alla parte, apparentemente illesa, dei diritti dei cittadini (la Parte I).
A cura del Comitato per il NO al referendum costituzionale di Bologna – c/o Arci via Saffi Bologna
Lo Spirito di questo Referendum Costituzionale
Forse qualche elettore comincia ad avere anche il sospetto di essere stato indebitamente escluso da problemi che lo riguardano direttamente; e, una volta appresi i contenuti, ad allarmarsi per esserne stato tenuto all’oscuro per tanto tempo.
E poi ad appassionarsi ad essi, dopo avere percepito che in realtà la Costituzione gli attribuisce un potere sovrano incredibile: quello di stabilire, in quanto cittadino ed elettore, se interdire o meno al legislatore il potere di introdurre modifiche così radicali alla Costituzione, se dare regole nuove al legislatore e un nuovo assetto alle istituzioni.
Un potere di livello analogo a quello dei Padri Costituenti.
Questo referendum (cd. confermativo e senza quorum di leggi costituzionali per distinguerlo da quello abrogativo di leggi ordinarie) gli attribuisce un potere più importante di qualsiasi altra esperienza elettorale.
Un potere radicale di incidere sugli assetti fondamentali del Paese, molto maggiore di quello esercitato in occasione dei precedenti referendum confermativi che avevano toccato solo aspetti marginali della Costituzione del 1948.
Questa riforma costituzionale - approvata esclusivamente dal centrodestra – modifica radicalmente tutta la seconda parte della Costituzione che va dall’art.55 all’art. 139, lacera gli equilibri costituzionali a tutto vantaggio di un governo forte, avvilisce i poteri di garanzia, altera il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il diritto cioè ad ottenere medesime prestazioni in materia di sanità ed istruzione.
Ma soprattutto tradisce la funzione della Costituzione di interpretare valori sentiti ed interpretati da tutto il paese come parte della propria coscienza civile.
Non ho dubbi che quando i cittadini avvertiranno la portata della espropriazione di sovranità di cui rischiano di essere oggetto, si recheranno alle urne con un senso di orgoglio che dà senso pieno al carattere democratico delle istituzioni.
Nonostante la pluralità degli appuntamenti elettorali degli ultimi mesi, la affluenza elevatissima - che ha pochi pari in altri paesi - è già essa stessa una prova di immedesimazione dei cittadini alle loro istituzioni e in fondo anche di attaccamento alla cosa pubblica.
Al di là delle esperienze negative in cui talvolta incorrono nei loro rapporti con gli uffici ed i servizi pubblici, statali o locali, i cittadini hanno la sensazione che solo in essi possano trovare il luogo fisico ove le differenze si possono riequilibrare, dove si innerva il senso della comunità locale e nazionale.
E così avvertono la consapevolezza di doverli salvaguardare affinché siano amministrati secondo logiche che non corrispondano a quelle dell’egoismo di natura leghista che lentamente ed insidiosamente si vanno insinuando nella convivenza civile ovvero del profitto, che bene si adatta alle merci, ma sulla base di quei principi di solidarietà e partecipazione democratica, ai quali dovrà necessariamente essere ispirata qualsiasi modifica si intenda portare in futuro alla Costituzione.
Claudio Nunziata
1 giugno 2006
Come rendere trasparenti le posizioni di maggioranza
Nella riforma costituzionale abbiamo un Primo Ministro che fa di tutto: si fa proclamare direttamente dal popolo, dispone a suo piacimento dei ministri, tiene sotto scacco la maggioranza parlamentare, si appropria del potere di sciogliere il Parlamento, può ottenere che la Camera decida nelle materie attribuite alla competenza del Senato e che il Parlamento annulli le leggi regionali.
Per consentirgli di realizzare agevolmente questi obiettivi la nuova legge elettorale gli fornisce in dote un premio di maggioranza rivolto ad assicurare la governabilità, ma che gli consente anche di fare tante altre cose che con la governabilità non hanno nulla a che fare: tra queste la nomina del Presidente della Repubblica e le modifiche costituzionali.
In realtà le riforme in buona parte cristallizzano una pratica che nel corso della legislatura appena cessata era già diventata operativa con forzature della Costituzione vigente. Prima che si formi una sorta di assuefazione a queste pratiche, occorre ripristinare i corretti equilibri costituzionali e rimettere il catenaccio alla Costituzione, salvo quelle riforme che risulteranno unanimemente condivise da tutte le forze politiche e che interpreteranno i reali sentimenti del paese.
Ma prima di ogni intervento riformatore occorrerà ripristinare il funzionamento degli organi di garanzia per contenere quel tendenziale strapotere dell’esecutivo che in un sistema bipolare (che si basi su una maggioranza assoluta precostituita) può teoricamente affermarsi.
Oramai da molti anni in Italia si cerca di risolvere il problema della frammentazione del sistema politico e della breve durata dei governi ponendo mano a riforme costituzionali ed elettorali. Ma se particolari soglie di maggioranza erano state previste dal Costituente per passaggi parlamentari che richiedevano il consenso anche delle forze politiche di opposizione, l’alterazione del sistema di rappresentanza dell’elettorato attraverso i nuovi sistemi elettorali le ha rese effimere.
E le vicende politiche degli ultimi dodici anni hanno dimostrato che, nonostante le riforme proposte, la contraddizione tra rappresentatività e governabilità resta insanabile, perché ha lasciato irrisolti i rischi di instabilità e la molteplicità delle formazioni politiche che continuano a rappresentare una connotazione del modo tutto italiano di fare politica.
La alterazione del principio di rappresentatività con il governo Berlusconi ha dimostrato di prestarsi anche ad atteggiamenti prevaricatori delle posizioni di maggioranza con effetti distorsivi degli equilibri democratici, perché la Costituzione del 1947, ed anche la recente riforma costituzionale, non prevedono meccanismi di salvaguardia – vale a dire soglie di maggioranza particolarmente qualificate - per assicurare l’indipendenza degli organi di garanzia e la condivisione tra maggioranza e opposizione delle riforme di sistema.
Questa è la frontiera sulla quale il centrosinistra dovrà misurarsi, anche prescindendo dalla posizione di vantaggio di cui attualmente gode, perché la trasparenza fa bene alla democrazia e la disponibilità alla trasparenza farà bene all’Unione. E, nel caso auspicato in cui i NO prevarranno nel referendum costituzionale, la nuova maggioranza dovrà occuparsi di approvare con urgenza - a qualsiasi costo - e, se del caso, anche con i soli propri voti, una riforma dell’art. 138 che elevi la soglia per la modifica della Costituzione dalla maggioranza assoluta ai due terzi, salvaguardandone la effettiva rigidità rispetto a qualsiasi colpo di mano.
Certamente tutto questo non può giustificare la rinunzia al tentativo di ricercare soluzioni efficaci al problema della governabilità, che é un problema reale, ma esso richiede una estrema cautela per garantire in via prioritaria che non vengano intaccati l’equilibrio tra i poteri dello stato ed i valori garantiti dalla Costituzione vigente. Si dovrà pertanto intervenire, ma preservando il bilanciamento di principi e valori, senza che nessuno di essi possa essere annullato a scapito dell’altro.
Deve essere chiaro che in un sistema democratico quanto più si lasciano le mani libere all’esecutivo tanto più devono essere rafforzati i poteri di garanzia. Sotto il governo Berlusconi è avvenuto esattamente il contrario, si è tentata tanto la strada della delegittimazione quanto quella del depotenziamento degli organi di garanzia, che con la riforma costituzionale verrebbero definitivamente neutralizzati.
Anche se il quadro costituzionale rimarrà, come tutti ci auguriamo, salvaguardato, occorrerà egualmente evitare che si ripetano – da parte di chiunque – rischi di alterazioni del quadro costituzionale o modifiche che non siano unanimamente condivise.
Poi occorrerà creare le condizioni affinché tutti gli organi di garanzia siano in grado di esprimere la massima capacità operativa, recuperando anche quella situazione di strutturale debolezza in cui attualmente versano.
E prima ancora, che non sia possibile ad un capo di governo, ma anche a qualsiasi altro potere, di attaccare e di interferire con essi e, soprattutto di condizionare il voto elettorale attraverso un dominio spropositato sui mezzi di comunicazione ovvero attraverso disponibilità economiche che alterano il principio della pari opportunità fra i competitori.
E bisogna neutralizzare le situazioni in cui possono svilupparsi il voto di scambio e la possibilità di acquisire il consenso politico con promesse di danaro e altre utilità. Occorre cioè assicurare gli standard di democrazia avanzata, eliminando una volte per tutte i rischi di autoritarismo e di manipolazione che si sono creati per effetto di una legislazione istituzionale dissennata.
Claudio Nunziata, 30 aprile 2006
Gli Organi di Garanzia nella Riforma Costituzionale
Da lungo tempo, per risolvere il problema della frammentazione del sistema politico e della breve durata dei governi, è stato avviato il percorso delle riforme istituzionali. Talvolta si è perso di vista che fondamentale per una democrazia è la controllabilità dell’esecutivo che viene assicurata assicurare attraverso il potere attribuito agli organi di garanzia. Problema che viene spesso eluso per la sua attitudine a spogliare la governabilità di un attributo che non le è essenziale ma che è molto ambito: la facoltà di avere le mani libere, molto attrattiva per chi esercita il potere.
Lo ha dimostrato la legislatura precedente dove la presenza nel governo dei segretari dei tre maggiori partiti e la alterazione del principio di rappresentatività, determinata dai meccanismi surrettizi del sistema elettorale, si sono prestati ad atteggiamenti prevaricatori delle posizioni di maggioranza con effetti distorsivi sugli equilibri democratici e sull’etica pubblica.
La legislazione ad personam testimonia la subordinazione assunta del Parlamento rispetto all’Esecutivo con il capovolgimento completo della strutturale autonomia che esso avrebbe dovuto conservare.
Il disastro della finanza pubblica dimostra che alla scarsa sensibilità verso la cosa pubblica possono corrispondere scelte arbitrarie e troppo sbilanciate verso gli interessi privati.
Questi gli effetti di forzature costituzionali, indipendenti dalla riforma, già in una condizione di strutturale debolezza degli organi di garanzia (Capo dello Stato, Corte Costituzionale, Magistratura). Dirompenti sarebbero gli effetti in una situazione di radicale alterazione della loro struttura, quale è prevista dalla riforma costituzionale.
Il Capo dello Stato, che aveva già visti reiteratamente respinti dalla precedente maggioranza i suoi inviti al riesame di leggi che presentavano aspetti di incostituzionalità, nel progetto di riforma perde gli unici poteri forti di cui dispone, il potere di nomina del Presidente del Consiglio e quello di scioglimento delle Camere.
Conseguentemente cesserà di essere il supremo garante degli equilibri istituzionali e sarà ridotto a figura solo rappresentativa. Perderà persino la possibilità di nominare un governo di garanzia che assicuri lo svolgimento delle elezioni nelle fasi di crisi della maggioranza di governo.
La facoltà di nominare 5 senatori a vita viene sostituita da quella di nominare un numero di deputati a vita che alla Camera non potrà mai essere superiore a tre. Non vale a rivalutare il suo ruolo la possibilità attribuitagli di nominare i Presidenti delle Autorità Indipendenti.
Viene alterata anche la composizione della Corte Costituzionale aumentando da 5 a 7 i membri nominati dalle camere e riducendo da 5 a 4 sia quelli nominati dal Capo dello Stato che quelli nominati dalla magistratura.
Di conseguenza il divario tra i membri di origine parlamentare e quelli provenienti dalle altre due componenti si riduce da 5 contro 10 a 7 contro 8 con conseguente aumento di influenza delle istanze di natura politica in sede di decisione.
Una Corte Costituzionale troppo politicizzata rischia di perdere quella sua attitudine ad esprimere un sindacato di costituzionalità oggettivo ed indipendente sulle leggi approvate dalla maggioranza parlamentare.
Un sindacato, già in crisi per i limitati poteri di attivazione, verrà con la riforma di fatto paralizzato in conseguenza della nuova competenza attribuitale di risolvere i conflitti di attribuzione dei comuni nei confronti di regione e stato, attualmente riservati alle giurisdizione amministrativa.
L’unica parte del progetto che va ad incidere sulla Magistratura è quella che attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di nominare il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura - oggi riservata allo stesso Consiglio - e quella che costituzionalizza la prassi già in vigore di limitarne la individuazione tra i membri di nomina parlamentare.
Questa novità non ha significato secondario perché tende a trasformare la figura del Vicepresidente in un delegato, un esecutore cioè delle direttive del Presidente, riducendo il carattere simbolico della autonomia del Consiglio Superiore. L’alterazione dei principi costituzionali in materia di giurisdizione era stata già perseguita per la diversa strada della riforma dell’ordinamento giudiziario, approvata con legge ordinaria, e con il sistematico attacco alla sua autorevolezza ed alla sua immagine di imparzialità.
La debolezza degli strumenti di controllo rischia di accentuare il carattere autoritario della nuova figura di Primo Ministro. Dovrà essere dunque chiaro che qualsiasi ipotesi di futura riforma, se vorrà conservare un carattere democratico, non potrà prescindere dal rafforzamento dei poteri di garanzia, a maggior ragione se saranno potenziati i poteri dell’esecutivo.
Claudio Nunziata
28 maggio 2006
Gli effetti della legge Cirielli-Vitali
Il Parlamento si avvia ad approvare una legge dalle immediate conseguenze disastrose per il contrasto alla criminalità. Gli effetti sono quelli di una amnistia destinata ad avere effetti permanenti nel tempo sino a che dureranno le condizioni di scarsa funzionalità del sistema giudiziario. Ma anche in condizioni di normale funzionalità la legge in discussione vanificherà il lavoro giudiziario in quei processi comunque destinati, per effetto di una qualche particolare complessità o di una tardiva conoscenza della notizia del reato, ad una sentenza definitiva lontana nel tempo dalla commissione del reato. E’ una sanzione che non è prevista negli altri sistemi giuridici europei, ove la prescrizione opera solo con riguardo al momento di esercizio dell’azione penale. Per il ritardo ingiustificato del processo è prevista (in Italia dalla legge Pinto) una diversa sanzione, di carattere pecuniario, a ristoro del danno che l’imputato ha patito per la prolungata durata del processo.
Ed il carattere esplicitamente diretto a realizzare una amnistia è evidente dal fatto che, contrariamente ad ogni criterio di razionalità, la legge Vitali (ex-Cirielli) si applica un nuovo metodo di calcolo della prescrizione con riferimento ai processi già in corso, per i quali i giudici nella organizzazione delle tempistiche del proprio lavoro facevano affidamento a tempi diversi.
La logica dell’azzeramento del passato fa parte della cultura di questa destra che si illude di ricominciare sempre da zero oscurando la memoria del passato e la complessità dei problemi. E vi sono poi le contraddizioni: il Ministro della Giustizia da una parte afferma di volere introdurre norme di maggiore severità nei confronti dei recidivi (coloro che sono stati già condannati per avere commesso reati in precedenza) e dall’altra impedisce che la responsabilità di buona parte di essi venga accertata.
Si illude inoltre di creare le premesse per una maggiore funzionalità della macchina giudiziaria ignorando che anche lo smaltimento di una massa così elevata di processi (circa il 50% di quelli pendenti) richiede udienze ad hoc e tanti adempimenti formali da bloccare tutti gli uffici giudiziari per alcuni anni, sufficienti per creare nuovi arretrati. Senza che venga creata alcuna premessa perché la funzionalità del sistema penale venga migliorata e possa funzionare a regime. E senza considerare che non è seriamente sostenibile che abbreviare i termini della prescrizione serva ad abbreviare i tempi del processo. Allo stato – e cioè nel contesto dell’attuale sistema processuale penale - è vero esattamente il contrario: la prescrizione opera oggettivamente come un potente fattore di induzione all’adozione di ogni tipo di espediente al fine di dilatare i tempi processuali e ad utilizzare le impugnazioni per scopi, appunto, di mera dilazione.
La maggioranza parlamentare finge di ignorare le dimensioni macroscopiche degli effetti di questo progetto di legge. Il Ministro della Giustizia rifiuta di fornirne i prevedibile dati dell’impatto, che egli pure possiede o che comunque può agevolmente acquisire. Ormai in tutti gli uffici giudiziari vengono monitorati informaticamente tutti gli eventi processuali ed il Ministro aveva chiesto ed ottenuto i dati necessari per le conseguenti elaborazioni dall’80% delle Corti di Appello. Non potrà certo sostenere di non essere stato in grado di eseguire nemmeno una proiezione prossima alla realtà. Egli è affiancato da consulenti di organizzazione, da lui chiamati al Ministero sulla base di un incarico che peraltro aveva già suscitato l’attenzione della Procura Generale della Corte dei Conti che ha all’uopo aperto una indagine. Destinataria dell’incarico era una società proveniente dall’ambiente dei grandi elettori del Ministro creata appena qualche mese prima e che nessuna particolare esperienza aveva in materia giudiziaria. In numerosi convegni lo stesso Ministro ha presentato come già realizzato da tale società il cd. “cruscotto”, uno strumento di monitoraggio in tempo reale del lavoro giudiziario che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto evidenziare le inettitudini dei singoli magistrati che secondo la sua concezione impediscono il buon funzionamento della macchina giudiziaria. I suoi consulenti, invece, erano ben lontani dal realizzare lo strumento miracoloso e, soprattutto, erano completamente fuori strada non avendo posto previamente l’attenzione sulla esigenza di monitorare le disfunzionalità strutturali e quelle organizzative, che peraltro sarebbero state di più agevole percezione. Con questi consulenti e con la collaborazione dello staff ministeriale di specialisti in discipline statistiche, è difficile pensare che al Ministro non sia stato possibile quantificare l’impatto del progetto di legge Vitali (ex-Cirielli).
Il Consiglio Superiore della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati, le Camere Penali sulla base di dati di esperienza hanno già lanciato l’allarme di un impatto insostenibile per la sua estensione. I dati eseguiti su un campione di processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna forniscono un dato allarmante: le prescrizioni per effetto della riforma passeranno dal 10% al 40% dei processi a carico di imputati a piede libero con una prevedibile ricaduta in tutto il territorio nazionale per la sola fase di appello a favore di circa 140.000 imputati. Difatti i beneficiari delle prescrizioni passano da 2000 a 7000 presso la Corte di Appello di Bologna il cui campione rappresenta circa un ventesimo del dato nazionale . Questo dato è destinato per lo meno a raddoppiare in relazione all’ingente pendenza delle Procure e dei Tribunali. A tutti costoro vanno aggiunti quelli che aspirano a beneficiarne nei prossimi anni. Se si considerano anche le famiglie degli imputati si potrà agevolmente quantificare il numero degli elettori che sono in condizioni di manifestare la propria gratitudine a questa maggioranza parlamentare in prossimità delle elezioni.
Vai all'Allegato 1:
ANALISI DEI POSSIBILI EFFETTI SULLA PRESCRIZIONE
DEL PROGETTO DI LEGGE CIRIELLI-VITALI
( aggiornato alle modifiche apportate al testo in discussione)
Vai all'Allegato 2:
---------------
Claudio Nunziata magistrato in pensione già Referente Distrettuale per l’Informatica presso la Corte di Appello Emilia-Romagna – ettore Penale
Allegato 2
DEL PROGETTO DI LEGGE VITALI (EX CIRIELLI)
FORNITI AL PARLAMENTO IL 4/10/2005
a cura di Claudio Nunziata
La analisi eseguita dai tecnici del Ministro della Giustizia resa pubblica il 4.10.2005 è dichiaratamente insufficiente, ma è suscettibile di una revisione critica che consente di pervenire a dati maggiormente significativi ed affidabili:
a) La analisi è stata eseguita su un campione molto ridotto senza alcun confronto con gli effetti che sullo stesso campione sarebbero determinati dalla applicazione della legislazione attuale in materia di prescrizione;
b) essa fornisce l’indicazione di un impatto di applicazione del progetto di legge tra i 2742 ed i 741 processi, a seconda della recidiva contestata. Le tabelle 2-3-4 allegate alla analisi chiariscono esplicitamente che il calcolo è stato eseguito calcolando tre ipotesi di recidiva e che non è stato eseguito alcuna analisi nella ipotesi, assolutamente prevalente, di esclusione della recidiva(1). Contraddittoriamente a pag. 7 della analisi ministeriale si afferma che la tabella 2 (impatto=2742) si riferisce ai casi per i quali non è stato eseguito aumento dei termini di prescrizione per recidiva;
c) si tratta di una analisi su un campione di 16.182 processi su 132.182 pendenti presso le Corti di Appello pari al 12,24% del totale, sicché la proiezione di impatto sul totale determina un aumento della previsione di impatto da 2742 a 22.401 e da 741 a 6.053;
d) il campione di 16.182 è stato scelto dal Ministero escludendo il 42% delle pendenze facenti capo a 9 Corti di Appello che non utilizzano il programma informatico ministeriale RE.CA. ed escludendo altresì tutti i processi con più imputati e con più reati;
e) il calcolo è stato operato sui processi e non sui reati pendenti. Posto che il rapporto processo/reati è mediamente di 1 / 2,2, le risultanze calcolate vanno moltiplicate per il coefficiente 2,2(2). In tal modo la proiezione di impatto, in termini di reati, aumenta rispettivamente a 49.282 e 13.316. Per il prosieguo si terrà conto solo del primo dato, essendo il secondo scarsamente realistico;
f) la base della analisi è stata inoltre circoscritta ai soli reati previsti dal codice penale con esclusione di reati previsti da leggi speciali di grande incidenza come lo spaccio di sostanze stupefacenti-ipotesi lievi (11,68%), i reati in materia fiscale (0,26 %), in materia di armi (0,79%), in materia di prostituzione (1,22%) e le bancarotte fraudolente ( 2,86%) per un totale pari a circa il 16,81% dei reati oggetto di processi pendenti per i quali il termine di prescrizione per effetto del disegno di legge si dimezza o si riduce comunque in misura consistente e prossima alla durata presumibile di trattazione. A questi vanno aggiunti gli altri reati previsti dal codice penale non presi in considerazione nella analisi ministeriale, quali la circonvenzione di incapace, i falsi pubblici, i furti in abitazione e con destrezza, le truffe alla CEE, il sequestro di persona, che hanno comunque una incidenza pari a circa il 3,99%. Il totale dei reati rilevanti non presi in considerazione è, dunque, pari al 20,80% dei reati(3), vale a dire pari a 60.486 reati (20,80% dei reati relativi ai processi pendenti presso le Corti di Appello pari a 132.182 x 2,2 = 290.800 reati).
g) Dunque, partendo dai dati ministeriali ed eseguendo la necessaria proiezione il dato di impatto indicato aumenta da 2742 a 109.768 reati unitari (49.282+60.486) che verranno travolti dal progetto di legge, considerando per poco meno della metà di essi come sempre applicata la recidiva reiterata con aumento dei tempi della prescrizione di un quarto. Il dato di 109.768, diviso per il rapporto reati/processi di 2,2 / 1, si traduce in un impatto su 49.894 processi, pari al 37% della pendenza di 132.182 processi
h) Esso si riferisce, comunque, ai soli processi pendenti in appello, ai quali devono essere aggiunti quelli che si prescriveranno nelle Procure, in primo grado ed in Cassazione, e dà la misura delle prescrizioni che si determineranno per effetto del progetto di legge Cirielli Vitali senza confronto con le prescrizioni che si verificherebbero sulla base delle attuali disposizioni dell’art. 157 c.p.
i) La proiezione eseguita sui dati raccolti dal Ministero è da considerare attendibile dal momento che essa fornisce un risultato prossimo a quello risultante dalla analisi, più analitica, eseguita sulla base di un diverso metodo sui processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna, sulla base della quale l’impatto del progetto di legge Cirielli-Vitali sarà del 40%, con un aumento del 300% delle prescrizioni che si determinerebbero sulla base della normativa attualmente in vigore (9,57%) (4).
j) La leggera differenza tra il risultato basato sui dati ministeriali e quello sui dati della Corte di Appello di Bologna è da ascriversi al fatto che nel primo caso è stata calcolata una maggiore incidenza della recidiva. Comunque la prossimità dei due risultati (37% e 40%), cui si è pervenuti seguendo percorsi diversi, rappresenta una conferma di notevole portata circa la affidabilità del dato di impatto.
----------
(1) La recidiva nella maggioranza dei casi (poiché la sua contestazione è per legge facoltativa) o non è contestata o risulta già esclusa per effetto della già avvenuta applicazione di attenuanti. Di scarsissima ricorrenza le altre forme di recidiva pluriaggravata che determinano aumenti ulteriori del termine di prescrizione. Va inoltre ricordato che la disposizione del progetto di legge, che esclude in alcuni casi la rilevanza delle attenuanti sulle aggravanti e sulla stessa recidiva (art.6), essendo norma di carattere sostanziale non può avere efficacia per le pendenze attuali per effetto dell’art. 2 c.p. (principio della prevalenza della legge più favorevole) e, quindi, varrà solo per i processi non ancora giudicati in primo grado che arriveranno in appello solo tra tre o quattro anni. Analoga valutazione va fatta con riferimento alle ipotesi di reato per le quali è previsto un aggravamento della pena.
(2) Il rapporto processo/imputati è invece mediamente 1 / 1,3. Tali relazioni sono calcolate sulle pendenze della Corte di Appello di Bologna.
(3) La percentuale di distribuzione del tipo di reati è stata eseguita sulle pendenze della Corte di Appello di Bologna.
(4) Nella analisi sui dati della Corte di Appello di Bologna sono esclusi tutti i processi già prescritti, che presso la Corte di Appello di Bologna sono pari al 32,02%.